Peonis tra il mito di Bottecchia, il film di Scola e il terremoto

Il Friuli antropico è composto per la maggior parte da villaggi e medio-piccoli paesi, che ben raramente vengono ricordati e menzionati per una qualche attrazione o per un fatto storico in particolare; sembrano far parte della massa indistinta dei piccoli centri che ben pochi conosceranno a fondo. Eppure, oltre alle storie più o meno dettagliate e che possono più o meno incuriosire dei singoli centri abitati, spesso ci si accorge dell’esistenza di uno di questi paesi solo perché il caso ci ha messo lo zampino, facendo succedere qualcosa di clamoroso e indelebile.

 

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Ottavio Bottecchia dopo il successo al Tour de France del 1924, prima volta per un italiano.

Peonis, villaggio di poco oltre 300 anime situato alla confluenza del Torrente Leale nel Tagliamento, in Comune di Trasaghis, è uno di quei paesi colpiti dal destino, spesso malevolo. Nel suo caso ci parevano significativi tre episodi, tutti del Novecento e attraverso i quali il suo nome potrebbe non suonarci poi così estraneo. Il primo è entrato, oltre che nella storia del paese, anche in quella del ciclismo italiano. Siamo verso la fine degli anni ’20 e all’epoca Ottavio Bottecchia era un vincente e promettente ciclista, originario di San Martino di Colle Umberto, nel Trevigiano. La sua carriera, però, che sembrava avviata verso nuovi ed entusiasmanti successi dopo la vittoria al Tour de France nel ’24 e nel ‘25, fu bruscamente interrotta da un tragico e imprevedibile incidente. Tre anni dopo essere stato il primo italiano a vincere il Tour de France, infatti, Bottecchia moriva all’ospedale di Gemona, il 15 giugno 1927, per frattura della volta e della base cranica. Dove la tragedia? Proprio sulle strade di Peonis la mattina del 3 giugno. Stava venendo da Sompcornino e aveva appena passato una curva a sud di Peonis quando rovinò al suolo sbattendo la testa. Data la posizione non esattamente prossima al paese, forse nessuno per un certo tempo avrebbe capito che c’era qualcosa che non andava se non ci fosse stata al lavoro nelle immediate vicinanze la famiglia Di Santolo. I fratelli Lorenzo e Antonio erano indaffarati in uno stavolo, mentre la cognata del primo, Maria, stava dando qualche colpo di vanga in un vicino campo di patate. Fu proprio quest’ultima ad udire un forte tonfo provenire dalla strada e a notare un corpo riverso su un prato. Bottecchia era ancora cosciente ma era tutto dolorante e sanguinante dal capo, dal naso e da un occhio per via di un colpo al capo, procurato nella caduta battendo su un sasso. Farneticò appena qualche parola e poi Lorenzo e Antonio lo portarono a spalle in paese, ove ricevette l’estrema unzione da Don Dante Nigris, che lo riconobbe grazie a un documento che rinvenne in una tasca. Fu proprio il sacerdote a dare per primo la notizia, telegrafando a un dirigente del Club Ciclistico Udinese che si trattava di “Bottecchia Ottavio, corridore d’Italia”. Ma cosa ci faceva il campione veneto su quella strada che corre lungo il Tagliamento, oggi Provinciale 41? Visto che si era dovuto ritirare alla decima tappa del Tour de France del 1926, intendeva recuperare la miglior forma fisica possibile, con il prossimo tour in vista per il 19 di quel mese. Visto che non ci furono testimoni oculari della caduta, sulla sua morte aleggiarono varie ipotesi, alcune tendenti a coinvolgere persone del posto, scatenando il comprensibile malumore degli abitanti: dall’omicidio a sfondo politico per il suo antifascismo, sostenuta da Don Dante, all’assassinio da parte di un contadino per un furto d’uva (uva a giugno?), a quello per mezzo di un emigrante italiano direttamente dagli Stati Uniti. Secondo quest’ultima ipotesi

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La lapide in ricordo del grande campione, collocata quello stesso 1927 nel punto in cui fu trovato agonizzante, a due passi dal paese di Peonis. (foto di Oscar Rossi)

il delitto sarebbe avvenuto addirittura su commissione, per motivi legati al mondo del racket delle scommesse. Oltretutto si sapeva che soleva allenarsi in compagnia e non da solo, a differenza di quel giorno. La versione ufficiale parla di malore, di cui sembrava soffrisse parecchio, anche se un velo di mistero resta. Pieri Stefanutti, però, uno degli autori del grosso libro su Peonis presentato nel 2011, non ha dubbi: “Non ci fu alcun giallo ma la disgrazia accadde per un malore, un incidente occorso a Bottecchia per essere stato violentemente disarcionato all’atto di sganciare i fermapiedi dei pedali, una “fine banale” che portò alla scomparsa del campione lungo le strade della pedemontana friulana”. Fatto sta che all’epoca del fatto i giornali e le riviste si riempirono di notizie o presunte tali sul fatto, e, come molto spesso accade quando le speculazioni superano per intensità e insistenza la verità dei fatti, nacquero ben presto miti e girarono voci di ogni sorta, che non ci interessa analizzare in questa sede. Oltre alla parte di provinciale che va dal bivio di Avasinis al confine col Comune di Forgaria a lui dedicata, nel punto in cui fu trovato agonizzante vi è ora una lapide a ricordo del grande campione delle due ruote, anche se la salma fu inumata nel cimitero del natio Colle Umberto. Il cippo fu collocato già nell’anno della morte, su iniziativa dell’Associazione Sportiva di Osoppo, e ristrutturato dal Comune di Trasaghis nel 1953, mentre la bici stilizzata che lo sormonta fu aggiunta nel 1974 per i 50 anni della sua prima vittoria al Tour de France. Quello stesso anno i due Comuni testimoni della nascita e della fine del campione delle due ruote, Trasaghis e Colle Umberto, organizzarono anche una manifestazione sportiva, e da allora il Comune friulano lo ricorda ogni anno il 15 giugno dinnanzi al monumento, ricorrenza portata avanti grazie anche al poeta carnico Giorgio Deotto. Da allora le iniziative non hanno mai avuto fine, con varie gare ciclistiche organizzate una volta con partenza da Trasaghis e una volta da Colle Umberto

 

I decenni passarono, e anche un’altra guerra mondiale, senza che il nome di Peonis fosse di nuovo sulla bocca di molti. Nel frattempo era però comparso un oggetto che ben presto ebbe il merito di amplificare significativamente ogni novità che passava attraverso di esso; era la televisione. Grazie a essa una nuova eco che contribuì a rispolverare il nome del paese fu propagata dal film di Ettore Scola, scomparso nel 2016 a 84 anni, “C’eravamo tanto amati”, del ’74. A un certo punto Luciana Zanon, interpretata da Stefania Sandrelli col ruolo di una aspirante attrice, dice ad Antonio (Nino Manfredi), suo futuro fidanzato, “son di Trasaghis, vicino Peonis“. Ma come mai nel copione di una commedia all’italiana Scola pensò

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Antonio (Nino Manfredi) e Luciana (Stefania Sandrelli) in “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola, 1974. Con quel “son di Trasaghis, vicino Peonis” il regista ha inserito un rimando autobiografico, scoperto molti anni dopo.

di far comparire i nomi di questi due paesini friulani, all’epoca praticamente sconosciuti? Questa domanda se la pose per parecchio tempo Ivo Del Negro, vicesindaco di Trasaghis anche all’epoca del terremoto, fino a che non riuscì a trovare una risposta a inizi anni ’90 presso lo stesso regista, a Roma. Egli racconta che quando era bambino serviva come domestica in casa sua, a Roma, una giovane di Peonis. Non seppe però fornire il nome della ragazza, perché non se lo ricordava, e Del Negro dovette aspettare non pochi altri anni per scoprire, pochi mesi dopo l’uscita del libro su Peonis del 2011, che era tale Maria Di Santolo, classe 1923. La notizia arrivò grazie a un colloquio col figlio di lei, Edi. Si seppe così anche che ella passò dei momenti felici con gli Scola e che i nonni di Ettore volevano persino adottarla. Un rapporto che non finì del tutto nemmeno con la guerra, a causa della quale Maria dovette rientrare a Peonis, in quanto nel 2003, in seguito alla visita della nipote Sara presso lo studio romano di Scola, il regista telefonò alla domestica della sua infanzia per salutarla. “Parlare di Maria significa anche ricordare le migliaia di ragazze friulane che dalla fine degli anni Venti fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale hanno prestato servizio nelle famiglie benestanti delle grandi città”, rammenta Del Negro, e non posso fare a meno di pensare a mia volta a mia nonna paterna, Vilma Colomba di Bordano, classe 1920, che dal 1934 al 1940 lavorò presso una famiglia di Milano, praticamente nello stesso periodo di Maria Di Santolo, rientrando con lo scoppio della guerra.

 

Appena due anni dopo il film del noto regista, piombò dirompente il dramma del terremoto, che raggiunse anche questa tranquilla e isolata località alle ore nove di sera di quel 6 maggio. In particolare imperversarono le frane, che isolarono completamente il paese. Furono esse a impedire il trasporto in ospedale dell’unico ferito di Peonis, il signor Cucchiaro. Anch’egli, come Bottecchia quasi

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Il paese di Peonis oggi, ricostruito in loco dopo il terremoto con rispetto per la disposizione originaria dei borghi. Questa in particolare è una veduta dal Monte Covria, che quel 6 maggio 1976 bloccò con le sue frane la strada per Trasaghis.

cinquant’anni prima, era in fin di vita per un colpo al capo, causato da un sasso staccatosi dalla parete della stalla a finitogli sulla nuca. La sua fine fu però più rapida, in quanto purtroppo morì quello stesso 6 maggio presso il bar paesano del signor Romano Mamolo, dopo un vano tentativo di trasporto verso l’ospedale di San Daniele o di Gemona. Fu lo stesso vicesindaco del Comune, Ivo Del Negro, a prodigarsi nel suo e in altri salvataggi. Egli infatti incrociò l’auto di tale Bulfon, che portava sul sedile posteriore il ferito; Del Negro se lo adagiò sulle ginocchia e tentarono di guidare sino a destinazione, ma le frane staccatesi dalla Cima Pala, verso Cornino, e dal Monte Covria, verso Trasaghis, impedirono qualsiasi spostamento oltre Peonis. La ricostruzione di Peonis non risultò dissimile da tante altre, ma il paese ebbe la grazia di non dover subire una delocalizzazione come fu in parte per Trasaghis e Braulins, e per questo il suo assetto originario è stato conservato. Si arriva quindi ai giorni nostri, al III millennio, in cui Peonis sicuramente non figura tra i paesini più noti della pedemontana, perché mancante di un’attrazione cardine, come può essere la Casa delle Farfalle per Bordano, la Riserva del Lago di Cornino per Cornino e la Festa dei Lamponi e dei Mirtilli per Avasinis, giusto per rimanere nei dintorni; ma, fornendo questa trilogia di storie, spero di aver fatto ben intendere come il destino abbia in serbo spesso e volentieri dei capitoli particolari e inattesi per molte nostre località.

 

Fonti principali:

 

NB: tutte le immagini sono prese dal web, tranne quella contrassegnata col nome dell’autore

Enrico Rossi

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