L’importanza del Comune nel Friuli patriarcale

Durante il secolo XII, sotto la spinta delle nuove condizioni economiche e dell’evoluzione sociale che fermenta soprattutto la classe media, in Friuli si vengono a formare, accanto alle strutture dello Stato feudale, due nuovi istituti che apriranno la via ad una sempre maggiore partecipazione popolare della cosa

arengo

La così detta “campana dell’Arengo”, che dal 1922 coi suoi rintocchi ricorda alla cittadinanza l’inizio dell’assemblea consiliare a Palazzo D’Aronco, sede dell’attuale Comune di Udine. Tuttavia è ben più antica, risalendo infatti al 1419.

pubblica: il Comune e il Parlamento. “Il comune friulano non nasce in contrapposizione al principe ma dall’attivismo della borghesia e della sua solidarietà con il patriarca nel garantire l’ordine pubblico”; per cui questa classe ottiene garanzie, privilegi ed autonomia nei confronti della nobiltà. I magistrati del Comune, infatti, derivano direttamente dall’ordinamento delle milizie patriarcali, ed i diritti comunali si incentrano sui privilegi di mercato. L’organizzazione del Comune era quasi ovunque uniforme in Friuli ed era imperniata su tre organismi: l’Arengo, il Consiglio Maggiore ed il Consiglio Minore. L’Arengo era l’assemblea generale di tutti i capi famiglia liberi e che si riunivano poche volte all’anno per gli affari più gravi; il Consiglio Maggiore era costituito da un certo numero di rappresentanti eletti annualmente tra i nobili, i cittadini ed i popolani; e il Consiglio Minore era formato da una quindicina di uomini che si radunavano ogni settimana per il disbrigo degli affari ordinari. Gli affari quotidiani erano trattati dai provveditori o rettori, fra i quali c’erano cariche diverse, come quella del massaro, per l’amministrazione dei fondi e la contabilità, del cameraro, per l’amministrazione dei beni della Chiesa, dell’avvocato ecc. La legislazione interna del Comune, le competenze dei magistrati in materia di polizia, di annona e di difesa, le norme per i mercati ecc. erano registrate negli Statuta Communitatis, che costituiscono fonte preziosissima per la conoscenza del diritto friulano di quei secoli. Fra i più antichi statuti conservati, Leicht ricorda quelli di Sacile, il cui nucleo più vecchio risale al secolo XII, e quelli di Cividale, che sono in parte del 1288. Primi a sorgere furono i Comuni cittadini, ma accanto a questi nacquero ben presto comunità rustiche, dove la cosiddetta contadinanza era riuscita a consolidare nei rapporti con i feudatari un regime di diritti e doveri consuetudinari, che trovò al fine espressione giuridica negli statuti rurali, i cui ordinamenti si modellarono su quelli cittadini. L’assemblea dei capi famiglia, detta vicinia, al suono della campana e sotto la presidenza del decano (anche degano o meriga), si radunava sulla piazza del paese, perlopiù all’ombra di un grande albero o sotto la loggia. Secondo Marchetti i Comuni friulani ebbero una fisionomia diversa da quella dei Comuni italiani contemporanei, anche per la presenza nello Stato patriarcale di “quel singolare organo legislativo ed esecutivo che fu il Parlamento della Patria, il quale sottraeva alla competenza delle singole comunità e giurisdizioni e fondeva in unità di indirizzo molte delle prerogative, che altrove erano proprie dei singoli comuni”.

 

Moruzzo. Il tiglio, 1954. Archivio Friuli

Il noto “tiglio di Moruzzo”, esemplare plurisecolare risalente all’epoca delle Crociate. Ai suoi piedi si riuniva la vicinia di Moruzzo per l’ordinario esercizio della democrazia, così come avveniva in una miriade di altre comunità rurali. Nel 2004 purtroppo ha dovuto essere abbattuto, ma una sua parte è conservata con curia presso il municipio.

Al primo posto tra i Comuni friulani vi è quello di Cividale, perciò il suo sviluppo ed i suoi ordinamenti meritano speciale attenzione. Ad esempio, il Patriarca Vodolrico II nel 1166 costituì a Cividale un mercato permanente: questo ci dimostra la particolare importanza assunta da quel luogo per via degli interessi patriarcali. Per il mercato vi era uno speciale avvocato che aveva carica annuale, il quale “doveva tenerne la sorveglianza, sciogliere i litigi, render ragione specialmente il lunedì e il venerdì. Non hanno diretta relazione con la vita comunale la muta – che esigeva il patriarca a Cividale sotto la responsabilità del mutarioe la canipa – nella quale  il suo canipario raccoglieva denari e prodotti dai possessi patriarcali. La muta di Cividale aveva tuttavia ben poca importanza in confronto a quella del Canale della Pontebbana, come provano i redditi assai modesti che essa forniva. All’interno del Comune il vero rappresentante del Patriarca è il gastaldo, al quale spetta il potere esecutivo col relativo giudizio nelle cause civili ed anche la punizione dei malfattori. Gli uomini di Cividale avevano diritto di creare propri ordinamenti o statuti comunali e modificarli od abrogarli; rispetto a questi il gastaldo aveva l’obbligo di conformarsi e di farli rispettare. Gli abitanti della città e dei villaggi circostanti erano denominati vicini, a differenza dei forensi, che vi si trovavano di passaggio, e degli Ebrei – sicuramente presenti alla fine del Duecento – i quali erano sotto la protezione del Comune. Alla guardia, detta waita, sono tenuti i massari che hanno terre in affitto, i quali sono tenuti anche al piovego, cioè a preparare i graticci, le spinete, i fossati, a riparare le mura ed ad ogni altra manutenzione per la difesa. Alla schiriwaita, o sorveglianza di notte, sono preposti tutti coloro che stanno sul proprio terreno o su quelli livellari. Sul principio del Trecento le waite  risultano essere 897 e le schiriwaite 89. Ad ogni porta è preposto un portiere con degli scussati ed a soggetti i comandi, dai quali a loro volta dipendono uno o due scussati per la sorveglianza e distribuzione delle waite. I portieri sono esenti dalla schiriwaita, ma devono personalmente aprire e chiudere le porte e star lì finché non sopraggiungono i custodi delle stesse o la sera fino a quando non sopraggiungono le waite; non possono dormire nei pressi della porta, né tenervi letto. Nel compimento del loro ufficio ognuno dispone del gruppo di ville antistanti la porta. Da quello di San Silvestro dipendono Prestento, Togliano, Rubignacco ed altre minori; da quello di Brossana: Torreano, Ronchis, Sanguarzo, Vernasso ecc.; da quello di Ponte: Purgessimo, Carraria, Gagliano, Firmano, Ipplis con Azzano; da quello di San Pietro: Grupignano, Bottenicco, Moimacco e Premariacco. Tutt’intorno a Cividale v’erano pascoli pubblici che nessuno poteva occupare a suo particolare interesse. In pratica nel 1215, a richiesta degli stessi cividalesi, il Patriarca Volchero aveva disposto che tornassero di pubblica utilità le parti che erano state occupate da privati, tranne una parte che fu lasciata all’Abbazia di Rosazzo. Per tutelare la propria libertà, l’8 maggio 1325 il Comune di Cividale stabiliva che nessun milite del patriarca e della Chiesa di Aquileia “dovesse essere ricevuto come vicino di Cividale, né far parte del suo consiglio”, e nessuno avrebbe mai potuto proporre il contrario a pena di multa e di perdere il diritto di appartenere al Consiglio e di avere uffici dal Comune.

 

Bertoldo-di-Merania-911

Ritratto ideale del Patriarca Bertoldo, colui che favorì enormemente lo sviluppo di Udine, a partire dalla concessione del mercato, nel 1223.

In un documento del 1189 si parlava già di un Comune a Gemona, che era castello patriarcale, con compartecipazione del Conte del Tirolo, e che disponeva di arimannia. Tuttavia l’autorità di questo conte fu eliminata già verso la metà del secolo seguente. Infatti Gemona era governata da un capitano invece che da un gastaldo patriarcale o dal podestà. Da un documento del 19 settembre 1270 sappiamo che questo capitano veniva eletto da due rettori del Comune, dal Consiglio e dal Comune stesso. In un documento del 9 settembre 1276 troviamo nove consoli a capo del Comune; solo il successivo sviluppo di Venzone limiterà l’importanza del Comune di Gemona.

 

Con predilezione speciale, il Patriarca Bertoldo favorì l’incremento di Udine. Ricordata come castello patriarcale già nel 983, Udine divenne anche sede di un horreum o canipa, come Cividale. Udine era anche il centro di una vasta pieve, all’interno della quale erano comprese numerose ville ed i luoghi nelle immediate pertinenze del castello. Federico II, però, quando vi passò nell’aprile 1232, stabilì che i frati minori o i predicatori non potessero possedere i beni immobili entro la città. Bertoldo concesse a Udine, il 13 settembre 1223, un’esenzione da imposte ed un mercato, e, allo scopo che questo prosperasse, il 12 marzo 1248 lo liberò da ogni imposizione unitamente a quanto fece con tutti gli abitanti liberi e col terreno “alle falde del colle dentro il vecchio fossato”, ossia Mercatovecchio. Lo si obbligò inoltre a pagare una grossa pena in denaro qualora avesse contravvenuto a questa concessione, e a non modificarla senza il consenso dei borghigiani di Udine. Questi ultimi, a loro volta, promisero di servire in perpetuo, entro i confini del Friuli, con persone, armi e cavalli secondo il loro potere, il patriarca e la Chiesa di Aquileia. Uno sviluppo del tutto speciale ebbero in Udine i feudi di abitanza. Le case più antiche delle abitanze erano tutte intorno al castello patriarcale, entro le mura, che, partendo da esso, scendevano al piano. Nessun signore poteva avere ingerenza in Udine e nessun servo di masnada poteva avere terra entro i fossati di Udine: ciò era stato stabilito per impedire ai nobili del contado di avere ingerenza nelle faccende comunali. Gli investiti di feudi di abitanza erano tenuti ad abitare in quei luoghi; anche i terreni che erano annessi alle singole abitanze erano situati tutt’intorno al luogo dell’abitazione. In questo si differenziavano dagli altri feudi, in quanto non si potevano avere più abitanze in luoghi differenti. Il rito di tale investitura assumeva una sua forma particolare, poiché consisteva in una vera e corporale immissione in possesso della casa. L’abitatore era tenuto innanzitutto a costruire la sua casa sul terreno assegnatogli, ove non fosse già costruita, a conservarla, in caso di bisogno a riedificarla e a dimorarvi con la famiglia, sotto pena di perdere tutti i diritti. Era anche obbligato a giurare fedeltà al patriarca ed a partecipare in prima persona alla difesa ed alle fazioni guerresche imposte dalle circostanze. In sostanza il feudo d’abitanza era un feudo

castudine

Sigillo della città di Udine. Entro la prima cerchia di mura, quella del Castello qui raffigurato, costituita da due valli, vennero a trovarsi i primi feudi d’abitanza in Udine.

ministeriale in cui il ministerium consisteva nell’abitare in un luogo chiuso e munito. Non vi furono mai abitanze a Cividale e Gemona, a causa delle loro vicende storiche, né ad Aquileia e Tolmezzo, ove gli abitanti erano censuari del patriarca, né a Tarcento, Pordenone e Venzone, grazie alle influenze dei signori che vi dominavano. Altrove, invece, le abitanze comprendevano un gruppo di famiglie abbastanza numeroso, come a Udine e Fagagna. Nel secolo XIV si distinsero ancora due classi di abitatori: abitatori nobili, come quelli di San Daniele, di Attimis Superiore, di Maniago, di Fagagna, di Pinzano, della Frattina; abitatori non nobili, come quelli di Udine, San Vito, Meduna. Tuttavia questa differenza scomparve presto.

 

Fonti principali:

  • Libro “Storia del Friuli: dalle origini alla caduta dello Stato Patriarcale con cenni fino al XX secolo”, Giancarlo Menis, 1996
  • Libro “Statuta vetera Civitatis Austriae”, Pier Silverio Leicht, 1899
  • Libro “Storia del Friuli”, Pio Paschini, 1953

 

NB: di Enrico Rossi sono la correzione del testo, l’impaginazione, l’evidenziatura in grassetto e la scelta delle immagini con relativa didascalia; tutte le immagini sono prese dal web

Riccardo Prisciano

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