Lo scomparso monastero longobardo di Salt

Un paese alle porte di Udine, oggi non molto noto a dire il vero, sicuramente molto più frequentato per il The Bridge House, un pub di qualità, che non per le vicende del suo passato, sotto terra, da qualche parte, custodisce ancora i tizzoni di una storia che va ravvivata per comprendere meglio la formazione stessa del popolo friulano. Siamo a Salt, appena oltre il Torre venendo da Udine e in Comune di Povoletto. Qui una delle prime testimonianze della definitiva conversione dei Longobardi, signori del Friuli per oltre due secoli. Se il Friuli Storico non possiamo intenderlo senza la sua guida spirituale e temporale per eccellenza, il Patriarca, e quindi non possiamo non immaginarlo come una terra indissolubilmente legata al cattolicesimo, dall’altro lato bisogna ricordare che i Longobardi, ultimo popolo che mancava all’appello della storia per la formazione del substrato etnico che diventerà il popolo friulano, non erano giunti in Friuli già convertiti a questa corrente; anzi erano da poco diventati seguaci dell’arianesimo, una forma eretica di Cristianesimo che non considerava Gesù della stessa sostanza del Padre, quindi

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Profilo del Re longobardo Cunimperto (o Cuniperto), colui che traghettò il suo popolo verso la definitiva conversione al cattolicesimo, nel 698.

non dotato di natura divina. Nel 569, dunque, anno di fondazione del Ducato longobardo del Friuli da parte di Re Alboino, la situazione era questa: un netto contrasto religioso con la popolazione locale. Questo sulla carta, ma di fatto il tutto era ancora più caratterizzato dalla divergenza se pensiamo che il grosso del popolo longobardo continuò a praticare il paganesimo fino a tutto il VII secolo. Qualcosa, però, tra le teste coronate cominciò a cambiare già quasi subito, quando Re Autari sposò nel 589 la principessa bavarese cattolica Teodolinda, periodo in cui in Friuli si erano susseguiti i Duchi Grasulfo I e Gisulfo II, rispettivamente secondo e terzo duca. L’evento portò, anche grazie all’influenza di altre personalità cattoliche, alla conversione di alcuni gruppi di Longobardi proprio nei territori del Nord Italia. Dopo molti decenni di affermazioni alterne dell’una e dell’altra componente, non senza tensioni, si arrivò a un concilio a Pavia, capitale longobarda e in quel momento sotto Re Cunimperto, nel 698, in cui si sancì la completa conversione longobarda; stesso anno in cui il ribelle Duca del Friuli Ansfrido tentò invano di spodestare lo stesso Cunimperto.

 

Si entrò così nell’ultimo secolo che vide la dominazione longobarda in terra friulana, secolo che portò, sulla scia della svolta ideologico-religiosa, alla fondazione di diverse abbazie e monasteri benedettini anche da noi. Così, in una data imprecisata dell’VIII secolo, tre ricchi nobili fratelli longobardi nativi proprio delle nostre terre, Erfo, Anto e Marco, fecero istituire per la madre Piltrude e altre religiose un monastero femminile di suore benedettine a Salt, di cui si trova conferma in un documento proveniente dal Codice Diplomatico Longobardo e redatto nell’Abbazia di Nonantola, presso Modena, il 3 maggio 762, detto “donazione sestense”, in quanto effettuata anche nei confronti del monastero maschile di Sesto al Reghena: “…Erfo et Anto seu Marco germani in laico, ante constìtuti divina inspirante gratia, edificavimus monasterìa due in finìbus Foroiulianensis: unum in locum ques vocatur Sexto ad honorem semperque virginis Dei genitrìcis Marie et beatorum Johannìs Baptìste et Retri apostoli Chrìsti, et statueramus ut inibì cum fratres sub iugo regule, in Dei servicio viveremus; et alio monasterio edificavimus in ripa que vocatur Salto”. Non siamo in possesso dell’atto originario bensì di una serie di copie, la più antica delle quali risale al XI secolo. Tuttavia non nacque dal nulla, in quanto la struttura era già centro amministrativo della famiglia longobarda e prima ancora fortilizio o villa fortificata romana, a difesa del guado sul Torre. Essi intendevano passare, assieme alla madre Piltrude, dalla vita laica a quella religiosa, tanto che non si limitarono

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I due frammenti della “Tomba di Piltrude” murati nel Tempietto Longobardo, entro il complesso del Monastero di Santa Maria in Valle di Cividale. Nella “città ducale” la storia della badessa di Salt diventa anche leggenda.

a fondare questo complesso, avendo infatti avviato nel 730-735 anche quello di Santa Maria in Sylvis a Sesto al Reghena, ancora esistente. L’atto di donazione che fissava le regole e i beni destinati a quello di Salt conteneva indicazioni anche per quello di Sesto, con disposizioni per la nomina della badessa, per il primo, e dell’abate, per il secondo. Si ritirarono quindi a vivere presso quest’ultimo con altri confratelli. La loro madre ebbe subito a rivestire un ruolo cardine, in quanto diventò badessa e quindi reggente del monastero di Salt. Piltrude inoltre entrò nel mito cividalese, in quanto una leggenda la vuole fondatrice del Monastero di Santa Maria in Valle, originario probabilmente della tarda età longobarda (ricordiamo come il dominio longobardo cessasse con l’invasione franca del 776), monastero che include anche la preziosissima testimonianza del celeberrimo Tempietto Longobardo. Proprio all’interno del Tempietto, presso la parete nord del suo presbiterio, rinveniamo due frammenti scultorei datati non oltre la metà del secondo cinquantennio del VII secolo, quindi ancora sotto dominazione longobarda. Proverrebbero da un sarcofago che era stato posizionato nello stesso presbiterio e che si dice contenesse le spoglie di Piltrude; era la “Tomba di Piltrude”, realizzata tuttavia almeno nel XIII secolo ma probabilmente dopo ancora. In ogni caso, il fatto che la sua salma si trovasse a Cividale e non più a Salt ci aiuta a ricostruire la breve esistenza del monastero presso il Torre e la sua decadenza. Tuttavia già dopo pochi anni la comunità monacale di Salt passò sotto la giurisdizione degli abati di Sesto al Reghena, i quali diedero vita a una vasta curtis, ossia un complesso di strutture e terreni per la produzione agricola in cui lavoravano dei contadini; tutto ciò grazie alle notevoli donazioni fondiarie ricevute dal cenobio di Salt in occasione della sua costituzione e che dopo analizzeremo.

 

Il cambio di marcia arrivò quando, in un periodo compreso tra l’875 e l’888 circa, le suore abbandonarono il loro convento per trasferirsi a Cividale, portando con sé pochi averi ma soprattutto le reliquie dei Santi Agape, Anastasia, Cionia, Grisogono, Irene e Zoilo, oltre al corpo di Piltrude. Nuova destinazione: proprio il Monastero di Santa Maria in Valle. La battuta d’arresto delle attività può essere sottoscritta con buona probabilità da un diploma unrochingio del Marchese del Friuli Berengario I, del 21 maggio dell’888, in cui si ricava la presenza di una cella, ossia di un locale in cui poteva dormire un singolo monaco (a differenza di quanto avveniva per i dormitori, spazi collettivi ma più primitivi), già appartenente al monastero di Sesto: “curtis de Salto cum cella”. La conferma, in quello stesso documento, al cenobio di Sesto della proprietà dei beni del vecchio monastero di

Vecchia Chiesa - Esterno 004

La centrale Via Udine con la piazza della chiesa vecchia, anni ’60. Salt non è diverso da molti altri paesi della campagna dell’hinterland udinese, ma il suo antichissimo passato è ancora tutto da valorizzare.

Salt lascia intendere che quest’ultimo l’avesse già persa, perché appunto non più funzionante o addirittura non più esistente. I motivi di questo apparentemente repentino abbandono non sono stati chiariti, ma si ipotizza che in primo luogo si rese assai utile per sottrarsi alle scorrerie dei briganti, che si facevano sempre più numerose, ma anche, pensa qualcuno, per via della minaccia che incombeva dal Torre stesso, che con le sue violente piene avrebbe addirittura abbattuto le mura del convento. Non sarebbe l’unico caso eclatante in cui il Torre si dimostrò di estrema pericolosità se pensiamo che, in un periodo anteriore al 1529, il piccolo villaggio di San Bernardo, esattamente di fronte a Salt ma dall’altra parte del torrente e oggi a cavallo tra il Comune di Udine e quello di Reana del Rojale, fu letteralmente delocalizzato e quindi traslato immediatamente a ovest della Roggia di Palma, mentre in precedenza si sviluppava fra questa e il Torre. Il motivo anche in questo caso sembra essere stato una piena particolarmente impetuosa, tale da rendere non più abitabile il vecchio borgo. Questa possibilità può essere avvalorata dal fatto che, in effetti, non rimane alcuna traccia in superficie dell’intera struttura religiosa, che non doveva essere certo di ridotte dimensioni, visti anche i personaggi di un certo rilievo che risultarono in un modo o nell’altro legati a questo sito. Anzi, siamo propensi a pensare che il monastero deve aver goduto di buona salute e prestigio se pensiamo che da alcuni documenti emerge un legame privilegiato nei suoi confronti da parte degli ultimi re longobardi e persino di Carlo Magno e Ludovico il Pio, uno dei figli ed eredi di Carlo. Per questo motivo si ritiene che almeno sino all’830 il monastero non ebbe a patire decadenze.

 

Quanto a reperti, brancoliamo proprio nel buio? In realtà non esattamente, perché nel 1957 furono effettuati degli scavi durante i quali riemersero fondazioni di locali oltre a una gran quantità di frammenti di embrici, mattoni e tegole risalenti all’Alto Medioevo o addirittura alla Roma Antica. La scoperta pare

Mappa-napoleonica-di-Salt-Bib.Civ_.Ud_.

Il paese di Salt in una mappa catastale di inizio ‘800. Come si intuisce benissimo, il letto del Torre era così prossimo che è assolutamente credibile una devastazione del monastero fin dalle fondamenta da parte di una o più esondazioni.

anche dare peso alla già dimostrata presenza di un presidio romano a difesa del guado sul Torre. Questa operazione quindi confermò ciò che le voci, tramandate oralmente da una generazione all’altra circa il sito del così detto Castelletto sul Torre, alias il monastero, e che volevano il complesso longobardo posizionato tra le prime case del paese, verso nord, e allo stesso tempo nei pressi dell’antico guardo, erano forse veritiere. Tuttavia forti dubbi permangono per via dell’estrema scarsità dei riscontri, nonostante le varie ricerche, tanto che qualcuno dubita persino che il “Salto” citato nel 762 nella “donazione sestense” fosse effettivamente il villaggio a due passi da Povoletto.

 

Ma, se questo era il sito del monastero, o castelletto, e della curtis, c’è da ricordare come i beni dello stesso fossero molto più estesi e coinvolgessero anche località distanti tra loro. Questo aspetto aiuta a porre anche l’accento su un tema non un granché considerato: il potere della badessa in un tipico convento medievale. Nell’atto sestense si apprende che, oltre alla nomina di Piltrude a domina e rappresentante legale delle monache, sia i donatori, ossia i tre fratelli, sia i loro eredi non avrebbero dovuto compiere nessuna ingerenza nell’amministrazione del convento. Un vincolo però rimaneva ed era la subordinazione all’abbazia di Sesto, essendo questa una comunità maschile e quella di Salt femminile; e ciò si traduceva nell’ordinazione della badessa da parte proprio dell’abate di Santa Maria in Sylvis, in seguito alla sua elezione da parte delle monache e con il consenso del Patriarca. Una volta a capo delle religiose, il controllo della badessa si estendeva su ogni cosa, dalla corte in cui si ergeva il convento, assieme alle sue pertinenze, a località in ogni angolo del Friuli e non solo, anche se pure le altre monache godevano di grandi privilegi. Qui di seguito un elenco che rende l’idea della vastità di quello che doveva essere un vero e proprio “impero fondiario“, anche se spesso non è facile risalire al nome attuale di quelle località: metà di un castagneto in Ausiniano, metà di un mulino a Palazzolo dello Stella (finché Piltrude sarebbe stata in vita), metà monte in Carnia per poter far pascolare le greggi, case “in Sogiaco, in Magretas, casas in Campo Maiore, casas in Muras, casas in Fara iuxta turionem, casas in Adelliaco, casas in Mtriucolo, casas in duas Basilicas, casas in Aureliano, casas in Acciniaco, casas in Graciolaco, casas in

mappa_povoletto

Cartina semplificata in cui, però, si identificano le posizioni di tutta una serie di piccoli centri abitati, tra cui Salt, Magredis e Siacco, possedimenti del monastero longobardo. Siamo tra il Torre e il Malina, a nord-est di Udine

Carnia in vico Ampicio, et casas Johanni et Maciolo”. Si parla poi di case in “Ramaceto”, terre, vigne, prati in “Damino”, beni vari in “Coloniola”, una vigna in “Grobanges”, la corte ex proprietà dei tre fratelli a Medea con le relative pertinenze, case in “Cisiano”, 100 anfore di vino come reddito annuale, diritti di effettuare fienagione e di utilizzare un mulino, boschi in Carniola, il diritto di portare al pascolo i maiali assieme a quelli appartenenti al vicino xenodochio (un ospizio gratuito per pellegrini e forestieri in uso nel Medioevo). Tutto questo solo in un primo periodo; diciamo che furono i beni e i possedimenti di partenza, attribuiti dalle ingenti donazioni registrate nel 762. Poi, con successivi atti simili, testamenti e aggiunta di beni da parte delle stesse monache, di origine sempre nobiliare e mai popolana, il tutto si ingrandì ancora. Proprio in merito alla prima e principale donazione, effettuata dai tre fratelli fondatori nei confronti del monastero di Salt e di quello di Sesto, venne citato per la prima volta a noi nota Adegliacco, paese oggi in Comune di Tavagnacco e non lontano da Salt. Interessante constatare come questo lascito comprendesse, tra gli altri beni, anche case e terreni coltivati, oltre che ad Adegliacco, anche a Magredis e Siacco, paesi in Comune di Povoletto, come Salt; moltissimo tempo prima dell’istituzione di questo ente locale, già aveva avuto luogo un accorpamento amministrativo nel suo territorio, anche se in forme e modalità assai differenti. Anche dal precedente denso elenco di informazioni si possono ricavare osservazioni non di poco conto, come relativamente alla questione del consumo di vino nel Medioevo. Infatti, dopo il grandioso sviluppo della vigna sotto i Romani, anche e soprattutto da noi col Medioevo si assistette ovviamente a un declino, dato dal susseguirsi di stravolgimenti politici e quindi da una cronica instabilità economica, il tutto acuito dal nostro status storico di terra di confine. Declino che, però, non portò a una rottura netta col passato se pensiamo che nel “Pactum donationis” si trova conferma dell’impegno dei liberi coltivatori di viti a offrire ogni anno 100 anfore al nostro monastero.

 

Anche se alla fine Santa Maria in Sylvis ha avuto una tale fortuna nei secoli da essere sopravvissuto e rimasto attivo ancora oggi, vuoi per una combinazione di fattori geografici meno avversi, vuoi per la fortuna di trovarsi in una zona non

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L’Abbazia di Santa Maria in Sylvis, Sesto al Reghena. A differenza della contemporanea di Salt, ebbe una storia gloriosa e ancora oggi è tra le meraviglie non solo del Pordenonese ma dell’intero Friuli.

alla mercé di bande bramose di bottino, questo nostro monastero di Salt, cugino sfortunato di quello di di là da l’aghe, merita considerazione per la sua enigmatica e breve esistenza (alla fine circa un secolo probabilmente); per il territorio che l’ha visto ospite, oggi noto per diverse attrazioni ma non ancora per il passaggio longobardo; e per la sua rilevante influenza che ha avuto nel mondo monacale del Friuli dell’epoca. Chissà come sarebbe ora se non fosse finito vittima di predoni e di acque inclementi! Forse sarebbe famoso e ammirato come quello di Sesto. Ci piacerebbe saperlo, ma la storia ha deciso diversamente in questo caso, e noi dobbiamo attenerci ai suoi indizi, per quanto frammentari e scarsi possano essere, ma ricordando che la grande storia dei Longobardi è passata anche per di qua!

 

Fonti principali:

Enrico Rossi

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Un pensiero su “Lo scomparso monastero longobardo di Salt

  1. Viviana Alessia ha detto:

    Articolo affascinante, molto evocativo pur nell’ accurata e realistica ricerca e ricostruzione storica. I dati di realtà ci sono, basterebbero i nomi dei paesi impegnati in qualche modo nei confronti del monastero. E i dati di leggenda confermano. Bisogna ricordare che la leggenda contiene sempre un nucleo incontrovertibile di verità. La lettura attenta, ripetuta e ragionata di questa trattazione a me non lascia dubbi sulla presenza di questo monastero d’ epoca longobarda scomparso fisicamente, tuttavia presente nella memoria del territorio. Non conoscevo queste vicende. La loro narrazione colloca una volta di più la nostra mitica e misteriosa terra in quella dimensione magica che sa di fiaba antica, sconosciuta ai più e che, narrata, mai più lascerà la mente e il cuore. A me fa uno strano effetto conoscere eventi e luoghi che non conoscevo sulla mia amata e tormentata terra che ha conosciuto ogni bene ed ogni male : il mio cuore palpita più rapidamente, sento profonda in me una sensazione sorprendente di rimpianto, mi sembra che l’ anima ritrovi una dimensione di normalità, di verità, di conoscenza ancestrale che la memoria aveva perduto. Sarà perché ho anche vissuto lontana dalla mia terra natia ed ho conosciuto la morsa feroce della nostalgia. Sarà perché chi ha avuto una vita più complessa e sofferta di altri ritrova nella creta sofferente della sua terra, nelle vestigia della sua terra, nelle parti perdute della sua terra una parte profonda di sé.
    Credo tuttavia che tutti i lettori proveranno emozione e contentezza leggendo articoli che parlano con sapienza di una terra tanto ricca di diversità d’ ogni sorta e di memorie che ci portano in un passato ragguardevole e copioso che la storia aveva lasciato nel vento che soffia via le cose più belle.

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