Carnia di contrasti (parte prima)

Carnia, terra in cui tutti i contrasti del Friuli sembrano coagularsi ed esaltarsi a vicenda, un concentrato di antitesi. Così l’ha plasmata la storia e così ce l’ha consegnata, in un eterno ciclo vitale di questi protagonisti tanto opposti quanto inscindibili. Sono essi stessi che quasi esprimono al posto nostro le emozioni di questa terra di vette, conche, vallate e altipiani, ancora prima che si possa andare nel profondo studiandone la storia, la natura, la geografia e le tradizioni. Questi contrasti sono allo stesso tempo impressione, perché come flash che si stampano indelebilmente nei nostri ricordi, ed espressione, perché ci parlano dei protagonisti che abbiamo di fronte.

Così, in questo caso per i paesi, avremo la luce che sembra trapassare lo scuro dei tetti spioventi e del bosco di conifere; getti di acqua purissima che sfidano l’immobilità della roccia che fa loro ovunque da cornice; un velo d’ombra che rincorre fin sull’ultimo sperone roccioso i riflessi del timido sole del tramonto; una salita che ci ricorda che gli obiettivi stanno in alto e mai in basso, da dove partiamo per inseguirli; un singolare dialogo tra edifici che vede quello signorile sottostare allo sguardo di quelli più umili; le pendici di un monticello che vede interrotta l’iperbole del suo verde fianco da un nido di case; un ampio spazio vuoto che permette di apprezzare meglio il suo contrario, cioè il volume pieno. Pare una infinita e mite guerra tra elementi, colori, posizioni, luci e ombre, spazi vuoti e spazi pieni, uno scontro-incontro tra i caratteri di un territorio che ci imprime la sua memoria anche attraverso questi suoi silenziosi ma appariscenti contrasti.

Enrico Rossi

 

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Baciato dal sole, giugno 2016 – Cella di Ovaro (UD) (Enrico Rossi)

 

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Battesimo di freschezza, luglio 2016 – Socchieve (UD) (Enrico Rossi)

 

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Le conquiste dell’ombra, gennaio 2016 – Cavazzo (UD) (Enrico Rossi)

 

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La salita prima di ogni soddisfazione, aprile 2017 – Ligosullo (UD) (Enrico Rossi)

 

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I poveri controllavano i ricchi, luglio 2016 – Preone (UD) (Enrico Rossi)

 

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Le falde della civiltà, agosto 2016 – Vinaio (UD) (Enrico Rossi)

 

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Circondarsi di spazio per meglio osservare, giugno 2016 – Forni Avoltri (UD) (Enrico Rossi)

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Un pensiero su “Carnia di contrasti (parte prima)

  1. Viviana Alessia ha detto:

    Le foto sono di una espressività eccellente. Parlano chiaro. Il sole caldo che avvolge case e strade dei paesi carnici è lì a dirci dove siamo. Il verde dei prati non lo trovi altrove. L’ ombra violacea che avvolge il paese in piano, mentre la montagna s’ indora dell’ ultimo sole trasmettono una magia che solo questa terra varia e uniforme al contempo possono trasmetterci. La Carnia è una terra misteriosa da sempre. Ti appare ridente e assolata, piena di luce cristallina che parrebbe eterna. Ed invece un giorno ti svegli con una giornata piovosa, uggiosa, piena di camini fumanti che esalano un profumo particolare mentre il fumo sale pigro verso il cielo: forse sono gli aromi dei ciocchi del bosco che costeggia silente e maestoso ogni strada, ogni sentiero. Carnia bellissima e sconosciuta. Io un po’ l’ ho vissuta. I silenzi dei prati da fienagione, dei boschi ricchi di abeti e pini maestosi li ritrovi nelle genti , non scostanti ma riservate, educate ma lontane da formalità inutili, che ti guardano diritto negli occhi chiedendoti di cosa necessiti senza perdersi in smancerie. L’ essenzialità è ciò che distingue queste genti e i loro luoghi. Ordine e precisione ovunque, dalla catasta di legna sotto il terrazzo alle finestre adornate di gerani rosso fuoco alle fascine di rami lasciate accuratamente legate e accatastate sul margine del sentiero boschivo in attesa di essere raccolte appena passato il meriggio assolato fatto di contrasti di luce accecante ed ombre nere dove ti puoi sedere a raccogliere i fili sparpagliati dei tuoi pensieri vagabondi. La compostezza e il silenzio che ti circondano sapranno riordinare la tua mente abituata ai frastuoni d’ogni sorta della città. La Carnia dei lunghi silenzi. La Carnia che sa raccogliere con semplici parole i dolori più grandi del mondo: “Se è vero che Dio esiste, rivedrai chi hai perso appena i tuoi occhi si chiuderanno sul mondo; se Dio non c’ è avrai finito di soffrire”. La Carnia della verità. La Carnia che detesta le mezze misure e l’ ipocrisia anche se queste hanno la pretesa di edulcorare la realtà. Ricordo me stessa piccina che pranzavo sovente al desco di parenti. La tavolata era ampia, le portate semplici ma gustose erano abbondanti perché molti figli e figlie sedevano a quel desco. Una moglie e madre scodellava silenziosa e attenta ai propri gesti le pietanze che cucinava lungo tutta la mattinata. Marito e figli mangiavano ciò che la vestale della masseria aveva preparato per loro, ma non profferivano parola, non si sentiva un sussurro. La madre non mangiava al desco comune. In vrita’ non mi ero mai chiesta se e dove mangiasse quella donna che, ancor giovane e bella, aveva intrecciato i bei capelli sulla nuca e ricoperto il capo col nero fazzoletto di lana che le anziane carniche usavano legarsi all’ indietro in ogni stagione. Io ero piccola, ero stata abituata a prendere la gente e le cose come stavano dalla mia cultura di borgo di pianura sassosa che viveva di duro lavoro campestre. Anche io mangiavo e non parlavo. Nemmeno mi chiedevo perché in quella famiglia i cui membri erano ciarlieri fuori dai pasti, si comportassero cosi proprio nel momento che nelle altre famiglie rappresentava il massimo della convivialità e dell’ allegria.
    . Lo compresi da sola quando fui ragazza e con poche, semplici parole mi venne detto che quel marito e padre aveva un’ altra donna e un altro figlio poco lontano. Compresi con commozione che il tempo del desco era per tutti un tempo di sofferenza maggiore: su quella tavola non poteva sedere un figlio e un fratello che cresceva senza padre, anche se nulla gli veniva fatto mancare; poco lontano una donna consumava il suo pasto sola, felice di avere il figlio, sì, ma terribilmente sola, chiusa nel mondo della sua casupola, lontana da tutti anche se da tutti rispettata: leggi ferree del vivere di genti rette, forti nell’ animo, abituate a patire, tacere con dignità, rispettare la posizione e la sofferenza di ciascuno. La madre per eccellenza, la vestale di quella grande masseria mai ha parlato della dolorosa vicenda che accompagnava le sue giornate, eppure nei momenti liberi mi parlava del suo orto, mi insegnava a raccogliere e sgusciare i fagioli, a levare dalla terra le patate, e se un figlio o un genero tirava fuori la Kodak fiammante per immortalarci, lei era sempre girata sorridente verso l’ obiettivo. E lo è tuttora nei miei numerosi album di famiglia che tanto grande mi circondava un tempo. Misteriosa Carnia. Storie così pensavo appartenessero solo alle emozionanti Novelle del Verga ed invece appartengono anche alla cultura della mia terra, della mia gente orgogliosa e saggia, che ha il senso del giusto e del limite, che accetta la sorte, che vive con dignità gli eventi. Oggi , qui in città, mi sento invece circondata dal disordine sociale, dal degrado morale, da gente che non sa collocarsi in un posto e vivere la propria vita con dignità, qualunque essa sia. Oggi, qui, si cerca solo di incolpare di qualunque cosa gli altri nel ridicolo tentativo di nascondere situazioni che, evidentemente, non vengono vissute con quel distacco e quella serenita’ che i tempi concederebbero. In verità nessuno ha voglia di assumersi le proprie responsabilità e fare ciò che serve per sé e chi li circonda in qualche modo.
    La grande famiglia che viveva di stupefacenti saggezze è solo nel mio cuore , nei miei ricordi, nelle foto in bianco e nero della stanzetta in mansarda in cui passo qualche ora immersa nei ricordi per trovare un bandolo, un perché, una ragione che non c’ è.

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