La “casa dalle cento finestre”: l’orgoglio di Mione

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Girando per i villaggi carnici, una buona parte della nostra meraviglia è sicuramente suscitata dall’autenticità delle tipiche abitazioni con elementi lapidei e lignei originali o fedelmente riprodotti. Tra le innumerevoli case una volta contadine, spiccano alcune di particolare bellezza, appartenute a storiche famiglie locali, facoltose e ben in vista. Eppure, pur aspettandoci qualcosa di grande qualità estetica, difficilmente potremmo credere all’esistenza della così detta “casa dalle cento finestre” se non la vedessimo di persona. Un edificio di una tale magnificenza ce lo aspetteremmo forse in un grosso paese a fondovalle, se non addirittura in qualche centro della pedemontana di una qualche importanza, non di certo in una frazione in Comune di Ovaro, Val Degano. Il paese è Mione, appena un centinaio di abitanti circa, ma esso non lo si incrocia giù a valle come il suo capoluogo comunale, bensì su un ridotto pianoro a circa 720 m slm tra il Degano e un suo affluente, il Miozza, ai piedi del Monte Forchia (1900 m). La posizione dell’enorme casa è ancora più suggestiva, trovandosi sul lato est del paese e quindi ben ammirabile fin dalla sottostante strada regionale.

Dunque quali furono gli artefici di tale monumentale dimora carnica? Siamo negli anni ‘30 dell’800 quando i fratelli Giovanni Angiolo e Giovanni Francesco Micoli Toscano, ricchi commercianti di legname e con proprietà anche a Udine, commissionarono all’architetto pordenonese Giovanni Battista Bassi il progetto di un’imponente villa su modello di quelle venete, in sostituzione di una più modesta abitazione databile a cavallo tra ‘600 e ‘700. Questa tuttavia convisse con la nuova per un lasso di tempo assai lungo, se pensiamo che i suoi materiali servirono per l’ampliamento della locale Chiesa di Sant’Antonio Abate e che l’intervento fu realizzato tra il 1923 e il ’26, circa 90 anni dopo. Le istruzioni erano chiare: doveva essere “una casa che fosse la più grande della Carnia, che sorpassasse le stesse case di pianura”. Ecco spiegato il motivo di tale grandiosità; c’era la precisa volontà di creare un qualcosa di fuori dal comune, persino per contesti più adatti a ospitare una tale opera. I lavori di quello che ufficialmente divenne noto come Palazzo Micoli Toscano si avviarono nel 1836, anno particolarmente duro per la popolazione di Mione, per via della miseria e della disoccupazione. Essi avrebbero deciso di realizzare questo loro vecchio sogno col preciso intento di garantire un po’ di lavoro e quindi risollevare almeno in parte le sorti spente e avvilenti dei lavoratori del posto, bisognosi di portarsi a casa lo stretto indispensabile per sopravvivere. Fu quindi un’operazione dal fine filantropico, per questo assai ammirevole, anche se il tutto poi avrebbe anche rimarcato il loro importante ruolo sociale. Uomini e donne di tutto il paese accorsero per offrire i loro servigi nel trasporto del materiale, e, una volta allargata la strada, tutto partì.

Il risultato fu un fabbricato a pianta quadrata, molto ampio e con al centro la cappella trasportata dalla “Casa vecchia”. I due facoltosi commercianti, rampolli di una famiglia originatasi con la fusione dei Toscano, di intuibile origine, e dei Micoli, del posto, non desideravano soltanto un qualcosa di grande ma anche di esteticamente bello e accogliente. Il tetto, enorme e a quattro falde, è costituito da tegole di un verde chiaro provenienti dalla storica fornace dei Felice, a Cella, altro villaggio dello stesso Comune e immediatamente a valle. Sorprendenti risultano anche i quattro piloni di larice utilizzati per reggere l’intera struttura. La scala in pietra collega il sotterraneo con i tre piani in cui si sviluppa superiormente. Le componenti dell’arredo e le decorazioni interne non hanno purtroppo tutte superato le prove della storia. Stucchi e affreschi, in particolare nel salone centrale, nonché mobili in stile sia del tardo Impero che carnico (questi ultimi recuperati in seguito all’occupazione del ’17-’18), hanno potuto salvarsi, mentre cassapanche intagliate con all’interno corredi nuziali, seggiolini con lo schienale lavorato, tavoli in noce, molte stampe e quadri che ci tramandavano i volti degli antenati andarono dispersi; altri fortunatamente li troviamo ancora nel salone. Nella spaziosa cucina, a sinistra del salone, un grosso focolare rievoca un’accoglienza che solo in Carnia sono capaci di offrire. Sulla destra, invece, il locale che era adibito a ufficio in cui sbrigare le questioni lavorative, e una biblioteca, che veniva precedentemente usata come sala da pranzo per le occasioni importanti. Infine l’elemento chiave e che più colpisce da fuori, assieme alle dimensioni e al tetto verde: la moltitudine di finestre. Si parla infatti di qualcosa come 107 finestre, caratteristica che l’ha resa nota come “casa dalle cento finestre”, un vero alveare. Elemento tra l’altro non solo eccezionale alla vista, per via delle imposte rosse che risaltano sul bianco delle pareti, ma anche utile ad alleggerire il tutto, viste appunto le dimensioni non proprio ordinarie. Nel complesso un insieme che faceva, sì, trasparire la dimensione signorile della dimora, ma che dall’altro non si perdeva in un’eccessiva sovrabbondanza.

I Micoli Toscano erano sempre inclini a trasformare il loro palazzo in un degno punto di ristoro per tutti i forestieri che capitavano di passaggio per il paese, ed, anzi, in particolare tale Luigi si premurava di farli entrare, offrire loro pasti e magari farli anche pernottare. I panorami che si potevano ammirare e la quiete ristoratrice del luogo indussero Luigi addirittura a offrire la casa alla Regina Margherita, perché si potesse ritirare per un po’ nel suo dolore in seguito all’assassinio del consorte, Re Umberto I, a Monza nell’anno 1900. Ella alla fine però non arrivò al paese carnico.

La sontuosità però non sta tutta nell’edificio, in quanto lo precede un grande giardino sul lato che dà sulla strada e verso il centro del paese. A completare l’impianto c’è anche un così detto stalòn, ossia una costruzione rustica, in realtà esistente già dal Seicento, impiegata inizialmente come rimessa e scuderia. In pratica non era dissimile come funzione dalle barchesse, tipiche proprio delle ville venete. Il muro di cinta, in pietra artificiale granagliata, e la cancellata, in ferro battuto e colorata di un bel rosso carminio, che contornano sulla strada il giardino di Palazzo Micoli Toscano risalgono al periodo di abbattimento della “Casa vecchia” e dell’ampliamento della chiesa del paese, quindi agli anni ’20 del secolo scorso.

Ora la proprietà appartiene ai discendenti, e la buona notizia è che su richiesta è possibile visitarla. Per giungere sul posto si lascia Ovaro dalla Regionale 355, si passa il Degano in località San Martino e, una volta ad Applis, si imbocca la strada che, puntando verso sud, porta prima a Luint e poi a Mione.

Foto da: albergodiffusozoncolan.it

Fonti principali:

Enrico Rossi

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