I castelli di Pioverno

Friuli terra di castelli? Senza dubbio, ma il concetto è forse ancora inteso in modo riduttivo. Mi riferisco al fatto che si potrebbe pensare che solo alcune zone, per motivi strategici, conobbero più o meno anticamente uno sviluppo di queste opere, mentre altri settori erano, per così dire, sguarniti. In realtà furono ben più diffusi di quanto si pensi, e ne abbiamo prova soltanto andando a verificare per quanti di loro se ne sia persa la memoria; sono quei castelli che non sono sopravvissuti neanche sottoforma di rudere, avendoci lasciato a malapena qualche traccia.

 

Non procederemo a una mappatura ma ci limiteremo ora ad approfondire due esempi di questi castelli perduti nel tempo e nei materiali, due strutture inserite nello stesso contesto. A parte per il celebre caso di Venzone, il territorio attorno alla confluenza del Fella nel Tagliamento non è oggi certamente noto per la concentrazione di vecchie opere fortificate; eppure a cavallo dell’anno Mille avremmo riscontrato una presenza non dissimile per numeri e importanza a quella che nei secoli posteriori sarebbe andata costituendosi nella “terra dei castelli” per eccellenza in Friuli, ossia l’area data dal trio Nimis, Attimis e Faedis.

Pioverno

Uno dei tre possibili ingressi al paese di Pioverno. Nella fattispecie si tratta di quello che si incontra lasciando Venzone e attraversando il Tagliamento. Il monte sullo sfondo è il San Simeone, ai cui piedi sorge l’abitato e sulle cui pendici si ergevano Monfort e Plovergno.

La chiusa naturale che abbiamo subito a sud dell’incontro Fella-Tagliamento rendeva quella strettoia fondamentale per i commerci col Norico, e andava difesa a tutti i costi. Ad accollarsi questa responsabilità fu naturalmente Venzone, che sviluppò un sistema difensivo imponente a guardia di tutta la porzione di vallata nelle sue vicinanze. Il periodo era quello della dinastia ottoniana, regnante nel Sacro Romano Impero tra il 962 e il 1024; periodo molto antico anche rispetto allo stesso Venzone, che infatti venne citato per la prima volta nel 923 come “Abintione”, relativamente alla sua chiusa. Almeno cinque sarebbero stati i castelli eretti, di cui due sulla Destra Tagliamento, quindi alle pendici orientali del Monte San Simeone, che, col suo massiccio affacciato sia sull’ultimo tratto carnico del Tagliamento che su quello del Gemonese, costituisce l’ombelico del bacino tilaventino.

 

Organizzando una visita in loco, avremmo come primo riferimento, nonché come punto di partenza, il paesino di Pioverno, l’unica delle frazioni venzonesi a situarsi di là da l’aghe, tra l’altro esattamente di fronte al suo capoluogo. Come abbiamo visto, i castelli, pur essendo nell’orbita del villaggio (come è evidente anche dal nostro titolo), furono voluti da Venzone e non di certo da questa piccola comunità, oltretutto menzionata solo a partire dal 1313. Uno l’avremmo trovato a nord di Pioverno, su un cucuzzolo noto come “Cistjelùt” (436 m slm), di fronte a Portis Nuova e stretto tra il Rio Cjadude e il Rio Lavare. Si chiamava Monfort e se ne ha notizia certa per la prima volta nel 1285, nel seguente frammento documentale: “…tradidit castra de Venzono scilicet Sazimberch, Monfort cum villa et foro de Venzone…”. Si trattava dell’atto di vendita della cittadina di Venzone e del suo territorio ai Conti di Gorizia per mano di Guglielmo di Mels, dopo che erano appartenuti a questa nobile famiglia dagli inizi del ‘200. L’altro castello incluso nella vendita, Satimberg, si pensa fosse stato quello sopra Portis Vecchia (all’epoca semplicemente Portis), uno dei castelli di ca da l’aghe. Quindi Monfort cambia nome in un documento del 1335, diventando Storchemberg: “…de dicta terra nostra Venzoni de duobus Castris, videlicet Storchemberch et Hasenstein, sitis prope dictam terram…”. Una ulteriore variazione in “Stahremberg” non cambia la sostanza in quanto, tralasciando possibili errori di trascrizione, il toponimo germanico altro non è che la traduzione letterale di “monte forte”, da “stark” (“forte”) e “berg” (“monte”). La notevole frequenza di nomi germanici all’epoca è assolutamente comprensibile se pensiamo ai legami tra l’Imperatore e i Patriarchi da una parte e i vari nobili di lingua tedesca che venivano in Friuli e ricevevano

pioverno mappa

Il disegno seicentesco di Andriussio di Resiutta (conservato presso l’archivio del Comune di Venzone), in cui si intuisce chiaramente quella che doveva essere la posizione del più misterioso tra i due castelli, quello di Plovergno, qui indicato come “Castel Piuergnin“. All’epoca di questo schizzo, infatti, il fortilizio era già solo un ricordo. L’abitato in primo piano è chiaramente Venzone, con di fronte Pioverno.

in gestione dei feudi, forti anche dei loro frequenti legami di parentela coi primi. L’altro fortilizio, detto Plovergno, era a sud-ovest del paese, molto più vicino a quest’ultimo di quanto non fosse Monfort. La località, sempre uno sperone roccioso, è quella del “Cistjel” (470 m slm circa), immediatamente a sud del Rio Fraris ma per pochi metri in territorio comunale di Bordano, anche se rimane molto più prossimo a Pioverno che all’abitato di Bordano. In questo caso le notizie sono quasi nulle, e serve un attimo ricollegarsi anche all’altro castello per capire che fine si suppone abbiano fatto entrambi. È infatti logico pensare che, anche in seguito ai probabili danni subiti in occasione del devastante terremoto del 25 gennaio 1348 (uno dei più forti mai registrati in regione, con 6.6 gradi Richter), i Patriarchi abbiano pensato di porre fine all’esistenza di queste due opere, demolendole nel corso di quello stesso secolo. Tuttavia il maestro tolmezzino Domenico Mioni (1448 ca. – 1507), pittore e intagliatore, in un disegno del 1481, raffigurante il Monte San Simeone, riporta sia Monfort che Plovergno, anche se quest’ultimo lo ritroviamo con tale nome soltanto in questo documento; mentre in uno schizzo di mappa del notaio Andriussio di Resiutta, risalente al 1635, lo leggiamo citato come “Castel Piuergnin”.

 

Ma cosa ci resta oggi delle due costruzioni e come è possibile raggiungere i rispettivi siti? Innanzitutto va detto che la posizione dei cocuzzoli è tale per cui non si può non prendere in considerazione l’ipotesi che forse già da epoche protostoriche, passando poi per i Celti, i Romani, i Bizantini, i Longobardi e i Carolingi, essi ospitassero punti d’osservazione, poi rafforzati appunto sotto gli Ottoni. Nel caso del Monfort è possibile che il sito abbia conosciuto solo un limitato rafforzamento della posizione se pensiamo all’esiguità dei resti presenti, qualche tratto di mura affiorante, e alle ridotte dimensioni dei due ripiani del “Cistjelut“, comunque ancora ben distinguibili. Più che un castello vero e proprio, dunque, potrebbe essersi benissimo trattato di una torre d’avvistamento cinta da una muraglia. Plovergno, invece, è ancora una volta più misterioso, in quanto i residui rintracciabili in loco sono talmente scarsi e confusi che non è possibile avanzare alcuna ipotesi sull’entità del manufatto, anche se si immagina che anch’esso fosse più simile a una postazione di vedetta dotata di torre e di un muro tutt’attorno. D’altra parte, anche in mancanza di riscontri, non sarebbe un’idea campata in aria se pensiamo che i nobili germanici del tempo solevano erigere queste postazioni di non grosse dimensioni in località difficili da raggiungere, con lo scopo appunto di fare la guardia e non tanto di resistere ad assedi o battaglie. Lo sappiamo studiando le altre costruzioni che sono arrivate più o meno diroccate fino a noi, quelle della Val Tagliamento e delle Valli del Natisone.

 

pioverno

In questa porzione, ricavata da Google Earth, è stata segnalata con due pallini la posizione esatta dei due castelli oggi scomparsi: Monfort a nord, Plovergno a sud. Oltre ai collocamenti dei centri abitati più prossimi (Pioverno non è segnato ma è sempre facile riconoscerlo, in quanto esattamente davanti a Venzone), si nota bene, in alto sulla sinistra, l’immissione del Fella (ramo di destra) nel Tagliamento.

La località del “Cistjelut” è raggiungibile percorrendo la strada che da Pioverno punta verso nord e che contorna i piedi del San Simeone, e imboccando il sentiero che si diparte sulla sinistra in una zona compresa tra gli Stavoli Palla e quelli Piè d’Agar. Per il “Cistjel”, invece, basta prendere il sentiero detto non a caso “Troi par Cjstjel”, che si incontra appena arrivati a Pioverno sulla principale Via Bordano. Dopo poche centinaia di metri un bivio potrebbe confondervi, ma voi dovete prendere il ramo alla vostra destra. Alla fine, dopo aver passato il letto del Fraris ed essere entrati in Comune di Bordano, giungerete sul “Cistjel”. Fa certamente riflettere il fatto che i tradizionali nomi friulani siano perdurati fino ai giorni nostri anche se nel frattempo non si è sentito più parlare di Monfort o di Plovergno; pensiamo se non altro al fatto che le fortificazioni andarono in disuso nel corso dello stesso secolo che vide la prima citazione dello stesso paese. È chiaro quindi che fin dagli albori i piovernesi abbiano mantenuto viva la memoria collettiva circa i castelli, tanto da far nascere due nomi alternativi ed inequivocabili che tutt’oggi non lasciano dubbi sulla collocazione delle due antiche strutture perse per sempre. Ricordiamo infatti come il disegno dell’Andriussio sia di fatto l’ultimo documento in cui riscontriamo i vecchi nomi dei due castelli, intesi evidentemente solo come località, dato che essi risultavano distrutti già da circa tre secoli.

 

Con ogni probabilità non assisteremo in futuro a una loro ricostruzione a scopi turistici, se non altro perché si tratterebbe di due falsi clamorosi, non potendo neanche disporre di gran parte del materiale originario; ma dopotutto non avrebbe senso, nemmeno in virtù di una valorizzazione turistica. La mancanza delle strutture, infatti, non affievolirebbe lo stimolo di interesse, anzi potrebbe alimentarlo facendoci sorgere varie domane, per esempio su come fossero realmente, su quali fossero state le vicende che più li hanno segnati e su come abbiano passato l’ultimo periodo della loro esistenza. In piedi o distrutto che sia, un castello è sempre fonte di curiosità e sorpresa.

 

Fonti principali:

 

NB: tutte le immagini sono prese dal web

Enrico Rossi

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