L’opificio dei ricordi a Selvis

Tra tutte le bellezze che il territorio friulano offre, come mai, voi direste, in cerca di scatti proprio in una fabbrica di mattoni abbandonata vicino Remanzacco? La verità è che non possiamo certo crearci l’invalicabile barriera del “solo ciò che è bello”, perché si rischia di stracciare interi fascicoli di esistenza della nostra gente e della nostra terra. E così questa volta l’incessante rollio delle emozioni ci ha trascinato in questo apparentemente lugubre mondo dell’archeologia industriale, ove tutto sembra avvolto dall’oblio dell’inutilità. Invece ogni residuo di questo mondo, finché resisterà, sarà come un concentrato, quasi un museo, delle piccole e grandi storie che la svolta industriale ha permesso di sviluppare anche in una regione una volta regno incontrastato del lavoro nei campi e nei pascoli. Il salto dal dominio del settore primario a quello del settore secondario è impresso in questi oggetti impolverati, forse ormai inutili per lavorare ma non per riflettere.

Enrico Rossi

 

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Una finestra del passato per interrogarsi sul presente, gennaio 2016 – Selvis (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

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Navata centrale, gennaio 2016 – Selvis (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

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Natura morta senza la natura, gennaio 2016 – Selvis (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

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Affaticato e un po’ bagnato, gennaio 2016 – Selvis (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

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Silenzio in frantumi, gennaio 2016 – Selvis (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

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Ragnatela di ruggine, gennaio 2016 – Selvis (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

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La gravità fa il resto, gennaio 2016 – Selvis (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

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Opaco e a pezzi, come un ricordo lontano, gennaio 2016 – Selvis (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

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Come in una cava, gennaio 2016 – Selvis (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

NB: i titoli sono stati scelti da Enrico Rossi

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Un pensiero su “L’opificio dei ricordi a Selvis

  1. Viviana Alessia ha detto:

    È il singolare manufatto che si scorge dall’ incrocio che giunge da via Tissano, strada che si diparte da udine sud-Paparotti, lasciando a destra Bennet, Verde Vivo, arrivando ad una rotonda e proseguendo avanti a est lasciando a destra l’ abitato di Pradamano, proseguendo sempre diritti fra campi e prati. Si percorre il bel ponte sul Torre che delimita le ultime case di Cerneglons a sinistra, si trovano deviazioni a destra che portano in borghi e praterie bellissime, perfino a un guado sul torrente. Proseguendo invece sempre diritti verso la strada di cui si parla, si giunge fra prati e boschetti alla zona Casali Osellin che a sinistra conduce a Remanzacco, a destra al bel borgo di Selvis e proseguendo avanti lungo questa comoda e bella strada dai tanti nomi che praticamente percorre tutta la zona sud di Udine, si arriva a Cividale. Intorno , ovunque, stradine secondarie e belle borgate che fanno riferimento al cividalese. Val la pena percorrerla anche in bicicletta nelle belle giornate primaverili , estive e di primo autunno per godersi lo spettacolo dei campi , degli ombrosi boschetti, delle antiche borgate cui non manca il fascino di tempi passati e la semplicità della vita tranquilla. Il vecchio opificio abbandonato si trova proprio a destra sulla deviazione dell’ incrocio per Remanzacco in direzione Selvis. Lo guardo e riguardo sempre passandovi accanto in auto perché e’ originale e bello, la’ solo, in mezzo ai campi. Vicende umane e mutate condizioni epocali hanno fatto di questo grande opificio un resto della nostra passata era industriale, quando gli operai si alzavano di buon’ ora, prendevano la loro marmitta col pasto preparato alla sera e inforcavano la bicicletta alle primi luci dell’ alba per recarsi al loro lavoro. Ciò che rimane oggi di quell’ epoca conclusasi che io ero solo ragazza, è cosa che ai miei occhi appare penosa e decisamente incredibile. A quei tempi tutti lavoravano, uomini e donne, tutti avevano la loro fabbrica da raggiungere in qualche modo e magari i campi e gli animali da cortile da accudire insieme al generoso orto di casa. Oggi tutti lì, a batter tasti dietro infinite casse di infiniti supermercati che vendono merci a volte decisamente inacquistabili, provenienti da paesi lontani e il come le fanno è sotto gli occhi di tutti che siamo ormai stufi di paccottiglia e straccetti. Abbiamo studiato per evolverci e liberarci da quella che ci sembrava eccessiva modestia e umiltà per finire schiavi di disoccupazione, lavori precari, dequalificati e dequalificanti. Un operaio, un contadino avevano una fiera cultura del lavoro perché ne erano gli esperti e pertanto padroni di tecnologie e competenze oggi perdute. Avevano il senso di appartenenza ad una parte importante della società perché fornivano i beni primari di cui la società ha bisogno. È ridicolo, a mio modesto avviso, ruminare senza posa oggi una bistecca di mucca nata magari nel lontano est- europa, macellata magari nel sud-europa, confezionata e venduta nel più sperduto cassonetto-frigo del piu’ sperduto ipermercato allocato in spaventose lande extraurbane o quasi. E dove sarebbe la conquistata nuova dignità dei lavoratori ( ovviamente sempre quei pochi che son riusciti ad acchiapparselo in qualche modo il lavoro)? Nessuno li considera. Non hanno tecnologie e competenze da contrapporre per assunzioni a tempo indeterminato o per un aumento salariale. Sono per la maggior parte incartatori e cassieri. Per formare una classe sociale bisogna essere in tanti, avere capacità e competenze specifiche nella lavorazione della parte affidata. Non si tratta affatto di essere disfattisti antiglobalisti dell’ ultima ora, si tratta di essere consapevoli che ogni paese ha i suoi peculiari prodotti e le sue peculiari capacità e competenze di elaborarli e metterli in circolo. Si tratta di capire che ogni paese ha un import-export peculiare : un tempo ce lo insegnavano in quinta elementare! E, forse, cosi facendo, si lascerebbe pure poco spazio a chi cerca di introdursi malamente in quelle che erano attività pulite e trasparenti.
    Direi che è ora di prender coscienza che col lavoro non si scherza perché è il motore del futuro.
    Per conto mio sono arcistufa di allergie da cibi, da indumenti, da contatto con qualsivoglia oggetto di non troppo trasparente provenienza: mica ci son nata con queste malore, mica mi hanno tormentato sempre la già tormentata vita. Mi fa sorridere la storiella del” prodotto di nicchia” che poi comprano i soliti quattro gatti che non sanno da che parte piovono i soldi. Primo: dove vai a cerca le famigerate nicchie? Secondo: in una nicchia vendi poco e stracaro. Dunque non sarebbe ora si sollevarsi un po’ tutti le maniche, risollevare le nostre belle manifatture, far crescere le generazioni nuove dentro queste scuole di competenze e formazione alla cittadinanza consapevole, e vendere dentro e fuori i nostri confini le nostre belle merci a prezzi onesti? Lavoro ce ne sarebbe per tutti, come già fu. State anche certi che nessuno rinuncerebbe ai prodotti stranieri fashion, alle straniere auto di gran lusso, alle sete, ai caffè, ai the, e compagnia bella. Déjà vu. Non ci sarebbe nessuna chiusura , nessunna dogana, comunque. Le cose belle e buone si comprano per un giusto prezzo da qualsiasi parte del mondo provengano. Se invece andiamo avanti cosi, a poco a poco faremo, malamente, solo i rivenditori, sbrigheremo quattro pratiche negli uffici, faremo i docenti per quei pochi alunni che restano, lavoreremo per qualche turista che non vuol proprio rinunciare alle nostre bellezze. Per il resto daremo o pensioni di invalidità con accompagnatoria a milioni di sanissimi cittadini che però non sanno come arrivare a fine giornata e pertanto sono più che giustificati per la loro immane depressione oppure daremo un prospero reddito di cittadinanza andando a prendere i soldi chissa’ dove poi. Magari a quei poveri cristi che hanno risparmiato una vita per non pesar sui figli in vecchiaia ne’ col funerale? Oppure a quelli più ingenui ancora che li hanno investiti in banche d’ affari che di affari si fanno i loro? E comunque carta e moneta si esauriranno in breve, ovviamente. Dopo che si fa? Si va a mendicare uno straccio di lavoro all’ estero, o si va, depressi, stanchi, nauseati, sconvolti da tanto disastro a chiedere la dipartenza dagli affanni terreni in Svizzera? È ora di svoltare. È ora di darsi tutti una bella mossa.
    Io sono presa da infinita malinconia e tristezza quando guardo quel grande capannone in rovina sull’ incrocio verso Selvis. Penso a tutti i solidi mattoni che vi si producevano e ai prezzi sempre più esorbitanti delle case che, pensandoci bene, non molto aggiungono all’ opera del loro buon costrutto nella fabbricazione delle stesse. Penso a quanti potrebbero lavorarci là dentro, e dar da lavorare pure agli addetti alle mense come si usa oggi che la gavetta non c’ e’ più. I nostri vecchi dicevano sempre che lavoro crea lavoro.
    Le belle e significative fotografie di Leonarduzzi su quel mondo perduto mi hanno ispirato queste ed altre riflessioni. E tanti ricordi di una società che nel dopoguerra si dava da fare con agricoltura, industria, servizi per costruire il suo futuro e quello dei figli, senza nulla chiedere a nessuno, anzi trovando l’ orgoglio e l’ animo di chiedere uno status sociale e i diritti dei lavoratori. Mi chiedo sempre cosa pensano e in cosa credono oggi coloro che figliano; le liste dei vari contributi per crescerli e aiutare le famiglie sono lunghissime, basta passare in rassegna internet. Un dubbio non mi abbandona, forse critico, ma concreto : troppe di queste mammine furoreggiano sui social sbandierando ad ogni ( malriuscita) foto-selfie un arcano : “faccio la mamma a tempo pieno”. Immediatamente a me vien da pensare: ” E allora prima siamo stati tutti grulli, andandosi ad inventare lavori a suon di prestiti bancari o parentali da usura, andandosi a comprar casa per non buttare al vento i soldi dello stipendio e anche qui massacrandosi con prestiti parentali e bancari da usura e risparmiando su tutto pur di non far mancare nulla ai figlioli. Io ho indossato i miei vestiti di ragazza, le cosucce da mercatino rionale, e usato auto di terza mano per andare al lavoro finché i figli hanno trovato la loro strada.

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