Azzida: il “paese gelato”

Le Valli del Natisone si dimostrano sempre e per ogni ambito un vero e proprio alveare non solo di paesini ma anche di storie, tradizioni e genti. La densità dei centri abitati non permette di muoversi in nessuna direzione senza andare per forza a sbattere contro un sito degno di essere approfondito. In particolare questa volta, però, non avremo bisogno di addentrarci nelle pendici di un monticello o lungo la coda di una stretta vallata, in quanto ci fermeremo praticamente all’ingresso delle Valli. È, anzi, uno dei primissimi paesi che si incontrano dopo essersi lasciati alle spalle il borgo di Ponte San Quirino, che segna il confine col Cividalese e quindi con la parte friulanofona della Valle del Natisone; è Azzida. Infatti, oltre il citato confine linguistico-culturale, possiamo imbatterci in tre paesi prima di

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Veduta del paese di Azzida. Non sono visibili l’Alberone e il Cosizza, in quanto nascosti dalla vegetazione. Sono invece ben distinguibili le pendici del minuscolo Monte Barda, sulla destra, e Vernasso Basso, sullo sfondo a sinistra.

arrivare da ogni altra parte: Vernasso sulla sinistra, nella piccola vallata del Rio Potoc; San Pietro al Natisone al centro, all’imbocco dalla valle dell’omonimo fiume, la più grande tra le quattro principali; Azzida sulla destra, collocato lì come un tappo di bottiglia a serrare la biforcazione che porta lungo la Valle dell’Alberone a nord-est e lungo quella del Cosizza a est. Andando ancora più a fondo nelle caratteristiche della sua posizione geografica, ai piedi meridionali del piccolo Monte Barda (249 m slm), riemerge, grazie a un confronto storico, un carattere del paese una volta più marcato di ora e che ha sancito la nascita del suo stesso nome parecchi secoli fa.

 

Partiamo dall’anno della svolta: nel 1976 il noto e distruttivo terremoto di quell’anno (due furono le scosse principali in realtà) raggiunse con le sue onde sismiche anche questo angolo delle Valli, al punto che il Comune di San Pietro al Natisone risultò non tra quelli disastrati ma comunque tra quelli gravemente danneggiati, anche se al limite con quelli soltanto danneggiati, collocati immediatamente più a est. Azzida, nonostante fosse in un settore che di per sé non avrebbe dovuto pagare un prezzo molto elevato, ne risentì particolarmente, vedendo, con le successive demolizioni che dovevano anticipare l’opera di ricostruzione, il 60% delle proprie case andare perduto. Prima di allora il paese si presentava completamente arroccato sullo sperone roccioso a strapiombo sull’Alberone, che scorre subito a est per poi deviare, a sud dell’abitato, verso ovest e ricevere allo stesso tempo le acque del Cosizza. Lo scenario era senza dubbio suggestivo, al punto che Azzida appariva quasi come un borgo fortificato, tanto era compatto e ben sistemato su quel rilievo. Anche se dopo le scosse del ‘76 il baricentro del paese è andato spostandosi più a

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Distruzioni in seguito al sisma del ’76. Azzida fu colpita non poco dalla sciagura.

ovest, in quanto l’abitato nella ricostruzione ha interessato anche parte della pianura a ovest del sito originario, e nonostante la schiera di edifici storici che formavano una linea continua sul fronte orientale si sia diradata, Azzida non è stata intaccata nella sua compattezza. Infatti, pur non potendo più godere della vista di quel borgo originario, quasi superbamente ritratto su quello sperone al sicuro, avremmo comunque di fronte un paese con un preciso centro storico, saldamente mantenuto a est, e con una zona moderna ma non deturpante a ovest, costituita da un tessuto di case e villette perfettamente cucito col centro storico.

 

La sua posizione da cartolina, che avremmo ammirato sino a quel maggio del ’76, deve essere perdurata fin dall’alba dei tempi, se pensiamo che il nome del paese, direttamente correlato alla sua collocazione, ci è noto fin dal 1175. Il documento di allora lo menziona nel seguente frammento: “bona que apud Alzidam et S. Mariam de Monte”. Quella “z”, raddoppiata nella nomenclatura attuale, potrebbe suggerirci una derivazione slava, che sarebbe più che comprensibile nelle Valli del Natisone, e invece in questo caso si tratta di latino quasi puro, da “algida”, ossia “fredda”. Tale e quale lo ritroviamo nella seguente menzione di non molti anni dopo, nel 1192: “Ecclesiam S. Petri de Algida”, mentre, dopo tutta una serie di altre varianti, compare come “Azzida” a partire dal 1567. Anche se non furono gli Slavi a introdurre il vocabolo, si deve proprio a loro la sostituzione della “g” con la “z”. Quando essi cominciarono a stanziarsi in queste valli, dal VII secolo, non riuscirono

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La strada principale del paese, su cui si affaccia anche la Chiesa di San Giacomo (1890), prende il nome di Via Algida, in ricordo del vecchio nome latino.

nella loro lingua a riprodurre il suono dolce della “g”, e così lo convertirono in “ž”, che però non equivale alla nostra zeta, dato che suona come la “j” francese in “Jean”, per esempio, dunque più simile all’originale pronuncia latina. L’italianizzazione ha portato al nome italiano attuale, ma nel dialetto sloveno locale si dice “Ažla”, con quella, per noi strana, zeta accentata. Ad ogni modo, come mai proprio quel nome?

 

Non fu certo, all’epoca come oggi, la sua scarsa altitudine da alta pianura (164 m slm) a rendere il paese una sorta di covo gelido a tal punto da far nascere tale toponimo, tanto semplice quanto inequivocabile. La risposta starebbe in quel suo particolare collocamento, tale da rendere esposto Azzida alle correnti che discendono dai due maggiori gruppi montuosi delle Valli, il Matajur a nord e il Kolovrat a nord-est. Un vento che, incanalandosi, sferza la cresta su cui si trova, abbassando le temperature non di poco, se pensiamo non solo al significato puro e semplice del nome ma anche al fatto che lo stesso termine è stato scelto dalla nota impresa italiana produttrice proprio di gelati, nata nel Secondo Dopoguerra. La tradizione parla di una Azzida addirittura di molto anteriore alla data che la vede citata nel XII secolo, in quanto si narra che al tempo dei Romani il primitivo villaggio si trovasse di fronte all’attuale cimitero e al Mulino Pussini, il primo poco a sud-ovest del centro abitato di oggi, il secondo ancora più distante lungo quella direzione, all’altezza di Ponte San Quirino. Precisamente è menzionata la località di “Plajnca” come sito preciso in cui lo avremmo trovato, località ricordata non per l’aria fredda che vi poteva soffiare ma per essere ombreggiata, e per questo motivo comunque fredda. Il racconto troverebbe conferma in alcuni residui

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Il panorama all’incontro tra la Valle del Natisone, al centro, e quella dell’Alberone, che vi si congiunge da destra. Il tutto è “guastato” da questo grosso polo industriale, situato proprio tra Azzida e l’incontro dei due fiumi. Presenti tutti tre i paesi citati inizialmente: Vernasso sulla sinistra, San Pietro al centro, Azzida sulla destra. La cima più alta sulla destra è quella del Matajur.

murari, ora meno comuni di un tempo a causa della costruzione di nuovi tracciati viari tra gli appezzamenti. Tra l’altro già il fatto che il nome sia di derivazione certamente latina dovrebbe far ben immaginare una presenza romana anche in questo sito, come fu per moltissimi altri luoghi minori in tutto il Friuli. Ma, non essendo lo studio della toponomastica storica una scienza perfetta, per così dire, raramente ci si può permettere di vantare il raggiungimento di una verità indiscutibile, e infatti ecco una teoria alternativa che va assolutamente presa in considerazione. Si è portati a pensare che non fu solo il clima (sia esso così per l’ombra data dai bassi rilievi o per le correnti discendenti) ma soprattutto le acque del vicino torrente ad essere fredde. Ad avvalorare questa seconda possibilità ci sarebbe anche il fatto che gli abitanti di Purgessimo, un paese circa a metà strada tra Cividale e Azzida, chiamano popolarmente “Àzida quel tratto d’acqua che è dato dalla confluenza del Cosizza con l’Alberone e l’Erbezzo”, quindi da Scrutto (Comune di San Leonardo), presso cui l’Erbezzo si unisce al Cosizza, a, guarda caso, Azzida. Alla fine, dunque, anche se il significato permane come inopinabile, resta da capire cosa fosse più fredda tra l’aria e l’acqua di Azzida. Magari entrambe hanno effettivamente concorso alla nascita del nome.

 

Ma il nostro “paese gelato” (da intendersi, anche con ironia, in tutte le sfumature possibili) ha da comunicare ancora un piccolo segreto prima di chiudere questa sua presentazione diversa dal solito. Infatti, oltre ad essere uno dei centri più antichi di tutte le Valli del Natisone, grazie a quella citazione del 1175, sappiamo che un tempo era anche il più popoloso, avendo contato nel 1912, secondo la “Guida delle Prealpi Giulie” di Ivan Trinko, 692 abitanti. Oggi, nonostante sia considerato San Pietro la capitale delle Valli, se non altro perché è il più popoloso capoluogo comunale, Azzida continua comunque a tenere testa al suo capoluogo, ospitando entrambi attorno ai 600 abitanti.

 

Dalla tradizione, che lo vuole abitato già dai Romani; dall’antico nome di origine latina, che ci ispira più un cremoso Cornetto o un fresco Calippo piuttosto che un paese; da una ricostruzione ben riuscita e rispettosa della sua storia; e da una posizione strategica all’interno del ramificato sistema antropico delle Valli, Azzida, con gli aspetti che abbiamo voluto far riemergere, forse stimola più curiosità che vero interesse. Ma spesso una ricerca parte proprio da quello, semplice curiosità. Basta quella per partire a scavare nelle storie mai abbastanza valorizzate delle nostre terre.

 

Fonti principali:

 

NB: tutte le immagini sono prese dal web

Enrico Rossi

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6 pensieri su “Azzida: il “paese gelato”

  1. Viviana Alessia ha detto:

    Bella trattazione, estesa ed accurata, per un paese… fatato. Eh, sì, la prima volta che vidi Azzida ebbi l’ impressione di trovarmi in uno di quei borghi con cui i bravi disegnatori delle favole antiche illustravano tanti anni fa le pagine di quei magici libri pieni di fascino : disegni incantevoli che nessuno sa elaborare più. Mio marito ed io entrammo a piedi in quel piccolo borgo alcuni anni fa, attratti dalla sua inusuale bellezza. Il cartello bilingue segnalava Azzida, Azla. Istintivamente afferrai il nome sloveno e lessi ad alta voce ” ASLA ” cosi proprio come l’ ho scritto. Dissi a mio marito che Asla era sicuramente il nome di una fata candida, ricoperta di veli bianchi che lasciava scivolare sul paesello passando lieve ed invisibile sui tetti di quelle bellissime e antiche case in pietra. Alla ovvia domanda di mio marito risposi che ” Asla” significava senza dubbio candida, bianca, nivea. Il suono mi diceva questo. Forse sarà stata anche la suggestione del borgo appena imbiancato dalla prima neve che ricopriva a sprazzi i prati, i cortili, i tetti, la cupola del bel campanile che ci guidava. Un silenzio fatto di pace e serenità, interrotto a tratti dal canto impertinente di qualche galletto che ristabiliva la proprietà del suo territorio, spolverato qua e là dalle macchie di neve. Qualche gallinella che beccottava le chiazze di terra nera e umida. Qualche gatto che saltava da un muretto di sassi all’ altro per tornare forse al calore del suo focolare. Vicino al campanile un profumo intenso di pandolce: scoprimmo così la nuova bottega di un anziano conoscente che sfornava le gubane forse più buone di tutte le Valli. Entrammo accolti da uno spazio angusto stracolmo di vasetti di miele, di confettura di frutti di bosco, di vasi di piante ornamentali che portavano con un fascino tutto particolare i loro anni, di gente che s’ accalcava compostamente in quell’ angusto ed accogliente spazio, in attesa che l’ uomo incartasse con antica perizia la gubana ancor calda e profumata di lievito madre. A destra una tenda copriva la stanza di cottura. Sbirciando potevo vedere le assi su cui le gubane pronte lievitavano aspettando il tempo giusto per la cottura nei forni che a malapena riuscivo a scorgere nel buio di quello stanzone. Prendemmo diverse gubane, riuscendo a rintracciare un sacco capiente in quella bellissima, strettissima, inusuale bottega dove non riuscivamo a muoverci. Uscimmo contenti come due bambini che hanno trovato la marmellata. Facemmo qualche passo più avanti ed un altra bottega aspettava i viandanti. Entrammo senza esitazione, accolti da un tepore confortevole, un profumo di dolci cotti, di aromi, spezie. Tutto sapeva di casa, di semplicità, di genuinità. Si percepiva il calore della vita, delle cose belle vissute, della familiarita’ autentica. Caricammo un’ infinità di dolcetti tipici, barattolini di miele delle Valli, confetture varie. La padrona della bottega ci offrì due tazze calde di cioccolata che aveva un sapore unico, segreto della casa. Salutammo tutti ricevendo auguri e saluti in una lingua che solo mio marito poteva capire poiché aveva passato gran parte della sua infanzia e l’ adolescenza nelle Valli del Natisone. E la sua nostalgia è tanta.
    A casa, per me fu una gioia riempire con gli acquisti fatti ad ” Asla ” le borse colorate e piene di luccichini che tenevo nella mia stanzetta sottotetto, stipata di tutte le cose che appartenevano alla mia vita di donna, sposa, madre. Erano già pronti i regali di natale per tutti i nostri cari.
    Ormai non passa Natale, Pasqua, Ognissanti, che mio marito ed io assieme non si passi a fare incetta dei prodotti unici di questo borgo che io mi ostino a chiamare ” Asla”, la fata silente e candida che colà mi aspetta nascosta in qualche anfratto per spettinarmi i capelli e gelarmi le gote con la sua aria pungente, frizzante di vita, odorosa di fragranze e sapori antichi, profumata di nevi lontane, facendomi entrare in un mondo incantato, fatto di pietre, silenzi, sentori di cose buone non ancora perdute.

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  2. Maurizio Di Fant ha detto:

    Una descrizione perfetta, il riferimento alla nota marca di Gelati, davvero incredibile l’origine dei nomi. Per uno come me che ha passato una vita a preparar gelati è il momento di svelare un trucco, il segreto di un gelato alla fragola dal sapore impareggiabile, ora che siamo a maggio e le prime fragole dell’orto vogliono dire la loro, primeggiare. E il gelato migliore lo puoi confezionare con quei frutti che si fanno da bianchi a rossi nel giro di un paio di giorni e che crescono in pieno campo. Un prodotto algido eppure così gustoso, con quella materia prima, naturale, frutto della terra, il gelato algido per natura, sarà di un gusto impareggiabile al palato. E la natura lo sappiamo, sa mettere insieme il bello e il buono, Azziza: Ajda, non è altro che il paese più bello del Mondo, vai a visitarlo e ti accorgerai che è anche il più buono…

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