Declino e riscatto dell’ulivo in Friuli con il caso di Oleis

Una breve panoramica della coltura oggi

Birra e soprattutto vino sono di casa in Friuli, non solo sotto l’aspetto del consumo ma anche per la produzione, con tutte le conseguenze economiche e di immagine che ne derivano e che concorrono a definire in sintesi agli occhi dei turisti una parte consistente del profilo della nostra terra. Ma la natura di regione sia mediterranea che mitteleuropea ha favorito l’insediarsi anche di un’altra branca produttiva in ambito agro-alimentare, la coltivazione dell’ulivo.

 

Attualmente la situazione è interessante e in continua evoluzione, con una superficie decisamente ridotta in confronto a quella adibita a vigneto, essendo di appena 500 ettari includendo anche la Provincia di Trieste (mentre, per esempio, le sole vigne della zona dei DOC di Aquileia superano i 900 ettari), ma che continua ad incrementarsi. Il 2016, infatti, è stato l’anno del decollo, con diversi nuovi impianti aperti, tanto da lasciar sperare che tra 4-5 anni la produzione sia raddoppiata. Essa risulta, però, decisamente frammentata, con circa 800 aziende agricole, che operano una vendita diretta, non esistendo ancora una filiera organizzata che

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Un uliveto dell’Azienda Olio Ducale, Cividale. Produce uno degli oli migliori non solo del Cividalese ma anche dell’intero Friuli.

riunisca tutte queste puntiformi realtà. Ma l’aspetto più incoraggiante e da sottolineare è proprio legato a questa recente e quasi improvvisa ripresa della coltivazione dell’ulivo. Le problematiche di tipo ambientale e quindi climatico sono il vero scoglio per una pianta, la Olea europaea, tipicamente termofila ed eliofila, rispettivamente amante delle alte temperature e della luce diretta del sole, e con forti connotati da xerofita, ossia da pianta adatta ai climi secchi. In effetti la zona alto-collinare friulana coincide con la punta massima verso nord dell’areale naturale di distribuzione dell’ulivo in Europa. Dunque come mai stiamo assistendo a un ritorno in auge di questa attività, che in Friuli, oltre alle zone collinari e pedecollinari, ritroviamo in pianura solo nel Cividalese? I motivi sono principalmente due: una scientificamente provata tendenza al riscaldamento del clima stagionale e la selezione di cultivar, ossia varietà agrarie, più resistenti. Ecco quindi che una pianta che soffre molto per il freddo, soprattutto quello invernale, può fare capolino nel produttivo panorama agricolo friulano. Ma se questa è in sintesi la situazione attuale, una volta, nei secoli passati come stavano le cose, e in particolare esisteva una zona del Friuli nota specificamente per l’olivicoltura tanto da imprimere una qualche traccia riscontrabile ancora oggi, magari all’interno del suo stesso nome? Tra non molto la risposta, ma prima una rassegna delle principali criticità storiche legate a questa pianta e manifestatesi da noi.

 

Principali problematiche dell’ulivo nel corso del II millennio

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Un anonimo pittore veneziano ha ritratto la Laguna di Venezia completamente ghiacciata nel gennaio del 1709.

Partendo dal periodo in cui i documenti ci forniscono dati significativi, sicuramente non dovevano essersela passata molto bene le coltivazioni né nell’ultima parte del Medioevo (il XIV e il XV secolo), caratterizzata da temperature medie più basse, né tantomeno nel lungo periodo compreso tra la metà del ‘500 e la metà dell’800, a causa della così detta Piccola Era Glaciale. Per esempio ci sono giunte delle cronache che registrano danni consistenti agli ulivi, a Spilimbergo nel 1432 e a Cividale nel 1490, con disseccamento delle piante. Possiamo da ciò anche ricavare qualche informazione generale sulla geografia delle coltivazioni, che interessavano addirittura l’alta pianura, oltre che le più ovvie e adatte zone costiere, come quella di Aquileia. Particolarmente devastante fu l’inverno del 1709, a gennaio, che contribuì direttamente alla decadenza di questa coltura con la morte di quasi tutti gli ulivi non solo in Friuli ma in tutta la Serenissima. All’inizio del XVIII, infatti, ci si trovava all’apice della Piccola Era Glaciale, e quell’inverno in particolare vide lo spostamento dell’anticiclone russo, una enorme massa di aria fredda, verso l’Europa Centrale e Occidentale. La sera dell’Epifania irruppe nella Pianura Padana, provocando la formazione di uno strato di ghiaccio sul Lago di Gardo e persino sulla Laguna di Venezia. In quell’occasione, infatti, le temperature toccarono picchi negativi oggi difficilmente raggiungibili, con anche -17 gradi, in seguito ai quali si preferì estirpare completamente le piante falcidiate e sostituirle con la vite, anziché tagliarle e aspettare che l’anno dopo la ceppaia ributtasse polloni da riutilizzare per una nuova generazione di ulivi. Dati alla mano, si tratterebbe dell’inverno più rigido dell’ultimo mezzo millennio, con una moria non solo degli ulivi, già di loro vulnerabili a temperature rigide, ma anche delle viti e dei frutteti. Dalle piante che la primavera non fiorivano, e che quindi erano perite nel devastante inverno, si poteva soltanto ricavare legna da ardere. Similmente avvenne anche nel 1788, a dicembre, anche se non vennero raggiunte le temperatore record dell’inizio del

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Generici danni da freddo alle foglie degli ulivi.

secolo. Anche se di un’epoca decisamente più prossima, merita menzione anche il freddissimo febbraio del 1929, ultima volta in cui ghiacciò la Laguna di Venezia e in cui la temperatura record si raggiunse vicino al Friuli, precisamente a Trieste, con -16 gradi e sempre ingentissimi danni agli uliveti.

 

Tornando indietro all’età del Rinascimento, però, ci accorgiamo che il clima non fu l’unico ostacolo in questo tormentato e arduo scenario dell’ulivo in Friuli. Anzi pare che ancora più d’intralcio fosse stato il seguente problema. Nel corso del ‘400 nuove regole stavano venendo adottate per i traffici dei sempre più numerosi e facoltosi mercanti, e una di queste consisteva nel pagare il trasporto della merce non più in base al suo peso o allo spazio occupato ma in base al suo valore effettivo. In tal modo il trasporto e lo smercio di derrate agricole, compresa quella dell’olio, venivano a costare meno, comportando una maggiore tendenza all’acquisto di olio prodotto non in loco ma a basso costo piuttosto che all’utilizzo di olio lavorato già sul territorio.

 

Infine risultò drammatica la scelta di politica economica della Serenissima nella prima metà del ‘600, quando decise di attuare penalizzazioni attraverso aggravi fiscali nei confronti delle piantagioni dell’entroterra, per favorire quelle della costa e delle isole dei suoi possedimenti mediterranei e quindi tenere alti gli standard del suo mercato oleario. Da allora fino alla fine del dominio veneto i rifornimenti di olio destinati al Friuli dipesero sempre più direttamente da Venezia e dai suoi traffici commerciali. A causa di questa combinazione di fattori, anche se non completamente contemporanei tra loro, gli ulivi cominciarono ad essere rinnovati sempre meno, prediligendo al loro posto impianti di specie con una più rapida entrata in produzione e che garantivano un più sicuro compenso, come la vite e il gelso.

 

Il caso di Oleis nella storia

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Ingresso al paese di Oleis, in Comune di Manzano. Si colloca nel cuore della zona meridionale dei Colli Orientali.

I precedenti esempi chiariscono come non sia stata certo una storia lineare quella dell’ulivo da noi, e neppure di grandi numeri. Eppure, pur concentrandosi molto limitatamente sul territorio, deve aver lasciato così tanto il segno in alcune di queste piccole porzioni di Friuli che possiamo accorgerci di una traccia in particolare nella toponomastica. Sto parlando del paese di Oleis, tra il primo e il secondo gruppo collinare della porzione sud dei Colli Orientali, subito a est del corso del Natisone ed esattamente a metà strada tra Manzano e Ipplis. Approfondendo l’origine e il significato del nome, si giunge anche a considerare più ampiamente dei capitoli altrimenti piuttosto fumosi della coltivazione della pianta ancora prima del Medioevo, risalendo sino alle origini. Sia il Frau che il Desinan, esperti nostrani di toponomastica storica, concordano sull’ipotesi del nome di antica origine e derivante da una evidente presenza dell’ulivo. Sembra scontata la lingua da cui è nato, ossia il latino, in cui l’ulivo inteso come albero viene detto sia olea (ripreso nel nome scientifico) che oliva. La nostra lingua regionale conferma la derivazione: Uèlis in friulano medievale e friulano locale odierno, e Vuèlis in friulano standard di oggi; traducendo letteralmente, il termine “vuèlis” vorrebbe dire “oli”. Il filone logico pare inconfutabile, ma, come vedremo, qualche piccolo beneficio del dubbio resiste.

 

Una preziosissima testimonianza diretta ci permette di focalizzare diversi aspetti e ricavare informazioni importanti. Un tale Ossalco, monaco benedettino dell’Abbazia di Rosazzo, allora

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L’antica Abbazia di Rosazzo, situata un paio di chilometri a sud-est di Oleis, in cima a una collina. Fondamentale fu l’attività dei suoi monaci nel Medioevo per la riscoperta dell’ulivo nel territorio.

come oggi collocata sui colli tra lo stesso Oleis e Corno di Rosazzo, ci ha lasciato una cronaca del 1344 in cui ha raccontato la storia e le vicende dell’ordine monastico e dell’Abbazia dopo che questa andò distrutta, assieme alla maggior parte del suo archivio, in un incendio del 1323. Egli in pratica non fece altro che riportare il nome del paese affidandosi probabilmente alla sola memoria, che gli permise di trascrivere il testo della donazione che nel 1082 il Patriarca Ulrico I concesse all’Abbazia: “Item dedit extra muros civitat is lustinopolitane ecclesiam sancii Andree consacrate, quod fuit patrimonium suum cum campis, vineis et olivetis et possessionibus et decimis adher entibus ad ipsam ecclesiam. Item dedit X mansos in Oleis“. La traduzione: “Allo stesso modo donò fuori le mura della città la chiesa di Sant’Andrea consacrata al culto giustinopolitano che era suo patrimonio con i campi, le vigne, gli oliveti e i possedimenti e le decime pertinenti alla stessa chiesa. Allo stesso modo donò dieci mansi a Oleis”. La Chiesa di Sant’Andrea è quella di Capodistria e la menzione di Oleis è appunto correlata al passaggio di giurisdizione di uliveti prossimi a quest’ultimo paese.

 

Anche se quegli esemplari servirono per tornare a una forte tradizione dell’ulivo in terra di Rosazzo, che si pensa fosse già presente con l’uso di macine in dotazione ai monaci per lavorare le olive raccolte nei dintorni, si deve possibilmente andare a scavare ancora più indietro nei secoli per avere una prova certa dell’effettivo collegamento toponomastico tra ulivo e Oleis. Tuttavia andare a ritroso significa inevitabilmente incappare in un lungo e oscuro periodo, in cui le tracce utili a ricostruire la storia dell’ulivo in queste terre sono pressoché nulle; e si parla proprio dell’epoca delle dominazione barbariche, buona parte dell’Alto Medioevo, in quanto i gravi danni provocati dalle varie scorrerie avevano lasciato dietro di sè i campi incolti, che si infoltirono di boschi spontanei, decretando l’inizio del grande declino dell’ulivo e quindi dell’olio.

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Schema di una tipica centuriazione romana, in pratica la suddivisione con destinazione d’uso del territorio.

 

Anche arrivando sino all’età romana non si avrebbero a disposizione delle prove certe ma soltanto delle ipotesi circa la presenza di frantoi romani. Si sa per certo che comunque i Romani, già esperti di olio, diffusero la coltivazione olivicola nelle terre che man mano annettevano, fin dove era possibile perlomeno, quindi naturalmente anche nel nostro Friuli, all’interno della Decima Regione Augustea “Venetia et Histria”, con una particolare attenzione per le aree maggiormente adatte; e le nostre colline dei Colli Orientali e del Collio lo erano, come vedremo meglio in un altro articolo. Va ricordato come i Romani avessero, tramite la centuriazione, anche pianificato l’impianto delle varie coltivazioni, a seconda della vocazione o meno di un determinato territorio; e nella nostra Regione Augustea cominciarono a operare già nel II secolo a.C. Oltretutto bisognava essere dotati di una cultura di fondo e di una sapienza non indifferente per saper ben gestire la coltivazione dell’ulivo e la produzione dell’olio, tanto più, e lo ribadiamo, in una regione che rappresenta la punta massima dell’espansione verso nord della naturale distribuzione della pianta. Oltre alle indiscutibili doti da ottimi agronomi, fondamentale per il successo dell’olio dovevano anche essere i sistemi di stoccaggio e distribuzione. Sul fatto che furono i Romani a introdurre e portare avanti l’olivicoltura in Friuli non sembrano proprio esserci dubbi, e inoltre, da studi effettuati sulla campagna cividalese dell’epoca, si pensa che furono sempre loro a porre le basi di questa coltura nelle valli collinari nei pressi di Cividale, in particolare proprio nella zona di Manzano e Rosazzo, tanto più se si ricorda che le prime testimonianze umane nel Manzanese risalgono proprio all’epoca romana, a partire dal I secolo a.C. Infatti, a spazzare ogni dubbio sull’effettiva presenza romana in loco, vi sono vari reperti (tombe, urne, fibbie e anelli) rinvenuti in località Malachis, a est della Provinciale 19, la strada che congiunge Manzano e Cividale e che ricalca il tracciato

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Le vie consolari romane in Regione. Quella che interessava direttamente la campagna di Oleis è la E, tra Aquileia e Forum Iulii.

dell’arteria che all’epoca portava da Aquileia a Forum Iulii, la nostra Cividale.  Una svolta ci potrebbe giungere dagli scritti del Monsignor Conte Girolamo de’ Renaldis (1724 – 1803), in cui si parla di una vera e propria stazione di sosta presso Oleis in cui i soldati romani in viaggio da Aquileia a Forum Iulii e viceversa potevano trovare ristoro. Di conseguenza si può immaginare come il vicino insediamento fosse adeguatamente attrezzato per fornire supporto a queste truppe, necessitanti tra le altre cose soprattutto di alimenti. Quindi si può ben capire come certamente nelle campagne della zona fossero mantenute colture di vario genere, tra cui quella dell’ulivo. L’olio così ricavato poteva definirsi a chilometro zero, in termini moderni, pronto per essere subito fornito per il servizio di rifocillamento dei soldati. Inoltre si ritiene che parte dell’olio dell’agro di Oleis fosse condotto a Forum Iulii per essere smerciato nel grande mercato cittadino, in cui affluivano genti anche di altri popoli, assieme al vino di Rosazzo. Solo un paesaggio dominato da questa pianta, legato alle suddette necessità e al pregio del prodotto stesso, poteva influenzare la cultura a tal punto da far nascere un toponimo di quel tipo.

 

Dunque altre ipotesi risulterebbero certamente messe in ombra, anche se non mancano. Infatti merita menzione anche quella che vorrebbe far derivare “Oleis” da “Vidolèe” (letteralmente “Strada d’Aquileia”), ossia il nome in friulano medievale della strada che collegava le due già citate città di origine romana, Aquileia e Cividale. Pare però debole come teoria, dato che la dicitura

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Bella veduta di Oleis da appena fuori il paese. Con i suoi circa 350 abitanti non sembrerebbe essere la “capitale dell’olio” in Friuli.

indicherebbe non tanto un sito preciso, come può essere appunto un villaggio, quanto una direzione, quella per Aquileia; inoltre, anche tenendo conto dei toponimi, essi risultano sparpagliati in diverse altre località friulane, non solo presso il nostro Oleis. Infine, fatto che potrebbe quasi definitivamente smontare questa congettura, c’è il fatto che la dicitura “Vidolèe” è per la maggior parte delle volte posteriore alla stessa prima menzione di Oleis, che è del 1082.

 

Dopo tutte queste considerazioni, quantomeno verosimili se non quasi certe, si deve però tornare al Medioevo, per poter confermare l’importanza che l’ulivo ha rivestito nei secoli nella zona di Oleis e del Manzanese in generale. I monaci agostiniani rosacensi, infatti, valorizzarono questa pianta con intelligenza e lungimiranza a tal punto che non solo fecero rinascere e resistere in loco la tradizione ma anche la introdussero nei territori circostanti. Rappresentavano la nuova e salda testa di ponte per la riscoperta di questo albero oggi così importante, dal momento che nel Medioevo principalmente alcuni conventi e feudi fortificati possedevano ancora degli uliveti e che la rarità dell’olio spingeva ad un uso soprattutto liturgico, mentre la popolazione doveva accontentarsi del grasso animale al suo posto. A parte il caso di Rosazzo, furono i monasteri benedettini già dall’VIII e dal IX secolo a ricominciare a gestire uliveti su larga scala, tanto che il commercio conobbe un’ascesa che raggiunse il culmine durante il Rinascimento. Una testimonianza diretta ci arriva infatti dal ‘500, periodo in cui ad Oleis furono registrati “30 fuochi”, intesi come focolari, ossia nuclei famigliari. Ciascun nucleo inviava un capo famiglia alla riunione della vicinia, ossia l’assemblea che regolava le questioni pubbliche di ciascuna comunità. Nel caso in cui un membro dell’assemblea non si fosse presentato e lo avesse fatto senza presentare giustificazione, egli

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Una degustazione di oli all’interno della manifestazione “Olio e Dintorni”, che si tiene annualmente proprio nel piccolo paese del Manzanese.

avrebbe dovuto pagare una multa consistente in qualche libbra di olio, che sarebbe stata destinata alla chiesa o ai poveri. Indizio determinante per comprendere quanto fosse radicato all’epoca l’uso dell’olio, tanto da sceglierlo come bene per il pagamento di una multa. In seguito, come abbiamo visto già sopra, le cose non andranno sempre al meglio.

 

Oggi il rapporto tra Oleis e l’ulivo si è rinsaldato grazie ad alcune iniziative valorizzative, anche di notevole interesse. Intanto va ricordato che lo stemma ideato per Oleis, e presente nel sito della Pro Loco Manzano, ha voluto omaggiare questo suo aspetto storico-culturale con la rappresentazione stilizzata delle colline al tramonto tramite un triangolo rosso al centro; al di sotto il giallo indica i campi su cui sono stati piantati gli ulivi, simboleggiati dalle tre strisce verdi che terminano a punta. Ma l’opera più significativa per riconsacrare Oleis come paese dell’olio in Friuli è la festa “Olio e Dintorni”, una vera e propria rassegna dell’olio locale, inserita nel contesto di Villa Maseri, che ha preso il via nel 2004, la prima in Regione, e della quale si tratterà ampiamente in un altro specifico articolo di “Terra e sapori”.

 

Fonti principali

 

NB: tutte le immagini sono prese dal web

Enrico Rossi

 

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2 pensieri su “Declino e riscatto dell’ulivo in Friuli con il caso di Oleis

  1. Viviana Alessia ha detto:

    Non pare vero! Non pare vero che la terra friulana sia, nella sua peculiare diversità, anche l’ ultima proda settentrionale della pianta più caratteristica e bella del bacino mediterraneo: l’ ulivo. Non pare vero che in Friuli si coltivano le piante più antiche della storia umana, citate anche nei miti e nei libri sacri : la vite, l’ ulivo, il fico, i cereali, i piccoli frutti di bosco… Sempre si riaffacciano alla mente di chi legge le parole stupende del Nievo : ” Friuli, piccolo compendio dell’ universo”. È recente per me la scoperta che l’ ulivo è stato coltivato in Friuli fin dall’ antichità. Questa bella e accurata trattazione sulla storia dell’ ulivo in terra friulana completa con sapienza, vastita’ di argomenti e profondita’ dell’ excursus le mie conoscenze. Fino a non molti anni fa non conoscevo nemmeno l’ esistenza del paese di Oleis, il cui nome indica inequivocabilmente che queste terre hanno coltivato l’antico e sacro albero della pace.
    Oggi è Pasqua, la festa piu’ importante della cristianità, la festa della pace e del tempo nuovo e, dopo aver letto pochi giorni fa il giornale, la mia mente torna a questo articolo e a questo nostro paese dal nome inusuale ed incantevole. ” Oleis ” è una parola graziosa ed elegante che scivola lungo il suono della voce come l’ olio dei suoi uliveti, profumato di lievi note fruttate e colorato di chiaro smeraldo, scivola a filo dall’ oliera antica che il coltivatore, sorridente e soddisfatto, pone con gestualità sapiente sopra il calice cristallino della degustazione quando vai a comprare l’ olio che non avevi mai pensato che la tua terra potesse offrire.
    I testi scolastici di geografia vanno riscritti.
    Gli articoli preziosi del vostro giornale fanno amare il Friuli ogni volta di più.

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  2. Maurizio Di Fant ha detto:

    Vero, verissimo, la questione legata alla coltivazione dell’olivo, è legata alla variabilità del clima, che per una serie di ragioni vede il Friuli, non proprio adattissimo alla sua cotivazione. Del resto bisogna considerare che in quel di Gemona del Friuli opera il frantoio posto più a Nord del nostro emisfero terrestre. Fatto sta che l’andamento della varazione legata alla latitudine, rispetto alla quale nell’arco dei secoli è stato possibile coltivare l’olivo in Friuli, è cambiata anche in modo drastico, per via appunto di alcune annate dove il freddo intenso si è fatto particolarmente sentire. I friulani, tuttavia, non si sono mai fatti scoraggiare e hanno insistito nel ripiantare l’olivo.
    Probabilmente, In Friuli, questa preziosa pianta è arrivata con la nascita di Aquileia nel 181 a.C.. Va detto che in quei secoli, l’olio d’oliva, serviva più che altro ad alimentare le lucerne al fine di rischiarare case.
    Si è accennato ad annate che hanno falcidiato gli olivi, che peraltro sarebbe bastato attendere per far si che l’olivo stesso, una volta tagliato il tronco, seccatosi per via del grande freddo, avesse rigettato i polloni. Questo tuttavia, se da un lato ha limitato la coltivazione dell’ulivo, dall’altro ha dato impulso alla coltivazione della vite, che in epoca romana insisteva più che altro sulla costa, dalle parti della città altoadriatica. Vi ricordo che nei primi secoli d.C. ad Aquileia si coltivava il mitico ” Pucinum ” che altri non era che il “Refosco dal peduncolo rosso “. Oggi il Refosco è stato adottato proprio dai produttori del Comune di Faedis, come il Re dei vini.
    Tornando all’olivo, un numero consistente di piante ormai centenarie, lungo l’arco dei secoli si è fortunosamente salvato dalla falcidia del grande freddo proprio dalle parti di Faedis, precisamente a Campeglio sulle falde del colle San Rocco, ed è proprio l’azienda San Rocco che le possiede e dove volendo le potete ammirare. Sono piante che insistono su un forte declivio che guarda verso Sud. Per una serie fortunata di combinazioni, l’aria glaciale proveniente dalla Russia non è mai riuscita a penetrare tra gli ulivi, che si sono per così dire: miracolosamente salvati…

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