Alesso in verde arancio

La Val del Lago è un compendio della magnificenza paesaggistica del Friuli in cui in ogni stagione si è ammaliati dall’intensità della natura e in cui ci si compiace del fatto che le attività umane in buona parte abbiano ancora rispetto per l’ambiente. Ci sono poi anche quei fazzoletti di terra in cui la contaminazione dell’uomo è ridotta ai minimi termini, tanto da sembrare nulla. In inverno la Valle è come un immenso affresco tridimensionale in cui si alternano preponderanti l’arancio, da quello bello acceso delle foglie secche a quello più sbiadito dell’erba e delle canne palustri, e il verde acqua dei rivi vivaci e dello stesso lago assopito ma anche quello più acuto del muschio umido e delle pinete che si arrampicano su per i pendii. Dietro tutto ciò l’instancabile corsa delle stagioni, che la vita influenzano in un eterno gioco di colori e movimenti.

Enrico Rossi

 

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Il tocco che spiazza, gennaio 2016 – Alesso (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

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Panta rei, gennaio 2016 – Alesso (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

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Scrutare, gennaio 2016 – Alesso (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

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Una finestra sempre aperta, gennaio 2016 – Alesso (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

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Resistere allo scorrere della storia, gennaio 2016 – Alesso (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

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Silenzio violato, gennaio 2016 – Alesso (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

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Frontiera prima del vuoto, gennaio 2016 – Alesso (UD) (Matteo Paoluzzi)

 

NB: i titoli sono stati scelti da Enrico Rossi

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Un pensiero su “Alesso in verde arancio

  1. Viviana Alessia ha detto:

    Parole e foto che richiamano perfettamente alla mente e all’ anima l’ unicità di questo lago che presenta micro ambienti fra loro diversi che lo addobbano in tutte le stagioni. Quante gioiose scampagnate con gli amici venuti da Roma per passare vacanze sane e familiari in un paesello di fiaba poco lontano dal lago!. Si cuoceva il pesce sulla griglia nella riva sud del lago. Non c’ erano bar, ristoranti, turisti all’ epoca. Solo noi, un gruppo di ragazzini alle prese con le prime scorribande, alla ricerca di luoghi incantati in cui sedersi e raccontarsi le vicende vissute nell’ anno che ci aveva separati. I primi sguardi d’ intesa, complice Cupido che sicuramente giocava a nascondino tra le macchie colorate degli arbusti. I primi musi lunghi per le prime, piccole, incomprensioni. La voglia matta di addentrarsi nelle acque gelide del lago che nessun sole della luminosa estate poteva scaldare perché l’ antico ghiacciaio voleva ancora imporre il suo potere sulla natura e sull’ uomo.. Ma sotto i vestiti, noi indossavamo sempre i nostri costumi e ci addentravano cauti ma decisi dentro le acque dal colore verde scuro finché potevamo abbandonarci a qualche bracciata. Tuttavia il freddo patito e antiche parole di saggi ci facevano presto accorrere alla nostra riva, dove tra brividi, risate, commenti sui meno coraggiosi e sui più incoscienti, aspettavamo fino al tramonto che i costumi s’ asciugassero. Indossavamo quindi i semplici pantaloncini e la maglietta unisex e ci stipavamo nella brillante ” Mini-Minor” dell” unico maggiorenne. La piccola e stracolma auto avanzava con prudenza fra le stradine ancora sterrate di allora cariche dei profumi dell’ acqua fresca del lago, delle piante palustri che ne abitavano i bordi e le pozze d’ acqua qua e là emergenti, dei piccoli ma aromatici frutti di bosco che occhieggiavano tentatori fra i rampicanti. Si sa che arrivavamo da nonne e zie ospitali sempre tardi e non di rado le trovavamo sulle stradine del paesello ad aspettarci, le mani sui fianchi, ma la loro ansia svaniva, sotto il fuoco del tramonto, alle nostre risate argentine, al nostro esibir spiritosamente e con garbo da vedettes televisive indumenti bagnati d’ acqua del lago, tanto temuto dagli adulti e dai vecchi, proprio sulle rotondità che a turno appoggiavano sui sedili della Mini, ai cartocci ricolmi di frutti di bosco che avevamo raccolto fra i cespugli delle rive proprio per rabbonire chi ci aspettava col cuore in mano. La nostra colazione del giorno seguente abbondava dell’ aromatica composta che zia Tine ci preparava all’ alba coi frutti del bosco del lago. Chiamava a gran voce per tutto il piccolo borgo i nostri nomi appena la composta era pronta. Pane fresco e profumato, burro appena uscito dalla piccola latteria in un pentolone di alluminio, latte ancor tiepido della mungitura mattutina, caffè fatto con la vera napoletana. Il sole del mattino gia’ ci scaldava sulla tavolata di pietra disposta sotto il pergolato della vite della grande masseria che era, di fatto, la nostra casa comune. E tra un boccone, un’ avida sorsata di caffellatte, una furtiva ennesima cucchiaiata di composta si gridava uno più forte dell’ altra : – Oggi si va al Tagliamento ! No, si va all’ Arzino! Neanche, si va a raccogliere finferli sul Monte Prat! E invece io voglio andare a trovare mia zia che adesso fa la stagione alle Terme di Arta, così vediamo cosa sono le terme!
    Eh sì, allora le terme di Arta erano in auge, poi le chiusero. Da qualche anno le hanno riaperte, ma mancano le grida festose di mia zia che accoglieva materna un masnada di giovanotti e signorine di quei tempi spensierati, che tutt’ al più preoccupavano se entravano nelle acque gelide di un lago che i vecchi consideravano inviolabile, come quello di Cornino, come quelli di Fusine, come quelli di Tramonti e di Barcis. Parlavano di gorghi infidi che trascinavano sotto coloro che li sfidavano addentrandosi in essi. Non dicevano nulla di più. Sappiamo di alcuni che hanno disobbedito e la malia dei laghi proibiti li ha portati nel luogo da cui nessuno fa più ritorno. Noi non abbiamo mai sottovalutato le parole dei nostri saggi vecchi e siamo ancora tutti insieme nelle occasioni belle o tristi della vita, a stringerci le mani con vigore per darci a vicenda la forza di andare avanti senza chi ci ha lasciati lungo il cammino.

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