I Pignarûl e i casi di Tarcento e Orzano

I Pignarûl in Friuli

Chi di voi non è mai stato ad ammirarne le fiamme e la strega ardere in cima e a scaldarsi nelle freddi notti del 5 o del 6 gennaio? Stiamo parlando ovviamente dei Pignarûl, ma anche Panevin, Foghere, Fogoron, Fogaròn e ancora Foghera, Fugarizze, Boreòn, Fugarele, Fugaderi, Falò, Tamòsse ecc.: tutti nomi popolari con cui vengono chiamati, a seconda della zona, i falò che si accendono nelle campagne il giorno dell’Epifania nei nostri territori. Per esempio nel Friuli Occidentale è particolarmente diffuso il secondo, mentre nella Provincia di Udine è “Pignarûl” ad andare per la maggiore, rappresentando il termine alla fine più noto. Questa notevole varietà nella nomenclatura deriva da motivi anche legati al desiderio di sottolineare un preciso aspetto, come il periodo dell’anno in questione, l’elemento che predomina nel rito, la forma stessa della catasta e via dicendo. Già soltanto analizzando l’etimologia di “Pignarûl” si scoprono informazioni cruciali. Deriva infatti dal latino “palea”, ossia “paglia”; se ne deduce che non solo il rito è tutt’altro che di recente origine ma che all’inizio era soltanto la paglia a venir bruciata, al contrario dei nostri tempi in cui si va dal legno alle stoppie. Tutt’attorno a un palo centrale, spesso deominato “stollo”, si erige la struttura, alla cui cima in genere è collocato un fantoccio, dalle fattezze di strega di solito, o una croce, entrambi simboleggianti l’anno passato, che deve venire anche ritualmente superato.

 

Nonostante il giorno di riferimento sia appunto quello dell’Epifania, festività del culto cristiano relativa all’Adorazione dei Magi, il rito del Pignarûl affonda le sue radici all’inizio dei tempi, ben prima della nascita di Cristo. Segnalato come una delle ritualità friulane più antiche in assoluto, si ritiene che risalga all’epoca preceltica, precisamente per l’adorazione del Dio del Sole e della Luce Beleno (conosciuto anche

belenos

Moneta gallica raffigurante un volto attribuibile al Dio Beleno, ispiratore presso i Celti del rito dei fuochi.

come Belanu o Belanus). Il vocabolo “Belanu” starebbe proprio a significare “colui che è luminoso” o “Dio luminoso”. Si trattava di uno dei più importanti dèi pagani, essendo venerato sia dai Celti insulari che da quelli continentali, e, in quanto dio governatore della luce solare, era ritenuto responsabile del susseguirsi delle stagioni e della loro natura, dell’andamento dei raccolti e degli allevamenti e della temperatura. Insomma tutte le attività vitali che l’uomo doveva condurre per sopravvivere erano nelle sue mani, oltre che all’illuminazione dello spirito e della mente della persona, che così era portata, grazie al suo indispensabile contributo, ad evolversi e innovare. Essendo i Carni una tribù celtica, quella che si stanziò grossomodo in Friuli, anche per essi Beleno era fondamentale per la dimensione religiosa; anzi ne era il vero e proprio fulcro. Con la colonizzazione romana il culto sopravvisse, grazie alla generale tolleranza nei confronti delle tradizioni dei popoli assoggettati, tanto che si sa per certo che ad Aquileia sorgeva un tempio ad esso dedicato e uno probabilmente anche a Zuglio, la romana Iulium Carnicum. La ritualità sorta attorno ad esso comprendeva sacrifici e cerimonie, come appunto quella dell’accensione di fuochi, forse anche onorando Belisma, sua compagna e Dea del Fuoco. Essi in epoca celtica venivano appiccati in cima ai colli, e non solo un giorno all’anno ma durante le varie festività in occasione di equinozi e solstizi, tanto che fino a tempi recenti anche questa usanza era rimasta, con fuochi anche nelle notti di San Giovanni, 24 giugno, e San Pietro, 29 giugno, proprio in occasione del solstizio d’estate. Per esempio, la festività della rinascita del Dio della Luce, il Beltane celtico, era celebrata in primavera, mentre quella della morte del dio ricorreva verso fine dicembre, con le feste dello Yule o dell’Imbolc. Il fuoco era per i Celti mezzo di purificazione e propiziazione, le cui ceneri ricavate venivano spesso sparse per i campi contro i malefici e per favorire raccolti generosi. Tuttavia non sono tutti del parere che l’origine sia quella ufficialmente nota e appena riportata. Stessa cosa vale anche per altri riti tradizionalmente attribuiti ai Celti, come i fuochi il giorno di San Giovanni o il lancio di dischi arroventati (di 25 cm di diametro e 2 di spessore, detti “cìdulis”), ricavati dal legno di abete o di faggio, giù per le pendici collinari in Carnia e in Canal del Ferro. Il dubbio è sorto constatando che tali riti sono riscontrabili anche in altre culture.

 

In ogni caso la cosa certa è che questa usanza pagana dei fuochi, certamente antichissima, sopravvisse all’avvento del Cristianesimo, e attraverso i secoli approdò sino al terzo millennio, mantenendo un substrato di forte tradizione ma rivelandosi anche aperta ad alcune innovazioni. Per esempio una novità affermatasi nel tempo fu quella di collettivizzare il rito, che divenne quindi occasione di raduno per l’intera comunità (come già avveniva per i Fuochi di San Giovanni), non solo parte di essa. Prima, invece, era ciascuna famiglia a creare il proprio fuocherello attorno a cui stringersi, come in una vera e propria ritualizzazione del classico “fogolâr” friulano, improntato sulla famiglia contadina di una volta. Anzi, come spesso accade con la stratificazione delle diverse civiltà nello stesso territorio, riti e usanze pagane vennero assorbiti e assimilati dal culto cristiano, tanto che nel caso del Pignarûl in tempi relativamente recenti il parroco benediceva il falò con l’Acqua Santa e generalmente era sempre lui ad accendere il fuoco; altrimenti lo faceva l’uomo più anziano tra i presenti. Invece curiosamente lo schioppiettio era interpretato dalla gente come la fuga del demonio. Il ruolo attribuito alle donne tendeva a escluderle dalla fase di accesione e a considerarle per quanto riguarda la preparazione di dolciumi e cibo.

 

Tuttavia la geografia del rito non è affatto omogenea sul territorio friulano per quanto riguarda la data scelta, in quanto in alcuni casi si è preferito accendere i fuochi il giorno stesso dell’Adorazione, quindi il 6, mentre in altri è prevalso il senso della vigilia, così

epifania_corona

Le cataste possono assumere molte forme, ma il significato non cambia. L’ambiente agreste è in ogni caso lo scenario. Qui siamo a Corona, nell’Isontino.

come infondo avviene anche per Natale, che si festeggia la notte del 24, non il 25, pur essendo la nascita di Gesù collocata alla mezzanotte. In origine, infatti, in quasi tutti i paesi la celebrazione avveniva il 5. Oltre ai nomi coi quali possono generalmente essere chiamati i fuochi, ogni paese può poi attribuirne un nome proprio, rendendo ancora più varia e interessante questa realtà sul piano culturale. La spartizione delle due date individua il Pordenonese come area in cui in quasi tutti i casi è il 5 il giorno tanto atteso; per il Goriziano pure prevale nettamente questo giorno, mentre per la Provincia di Udine è il 6 ad essere maggiormente protagonista, pur con non poche eccezioni, soprattutto nella Bassa. Dal punto di vista della mera distribuzione complessiva, invece, noteremo come nelle zone montane siano scarsi questi falò, che però sono numerosi in collina, compresa tutta la pedemontana, e in pianura. In particolare le porzioni che registrano una più alta densità di fuochi sono quella compresa tra Udine e Tarcento, quella attorno Casarsa, San Vito e Codroipo e quella tra il Cellina e il Meduna, presso Maniago. La presenza ridotta del rito nella montagna interna è verificabile attraverso una accurata mappa redatta in occasione dell’Epifania 2017, per segnalarne gli appuntamenti. Si noterà come nel cuore delle Prealpi Giulie fossero in programma Pignarûl solo a Biacis, Mersino (entrambi nella Valle del Natisone) e a Lusevera (in Val Torre); nelle Alpi Giulie a Tarvisio e nel vicino villaggio di Coccau; in Carnia a Paularo, Sutrio, Arta ed Ampezzo. La montagna interna pordenonese detiene invece numeri superiori: Erto, Claut, Piancavallo, Andreis, Poffabro, Frisanco (ben due), Clauzetto, Pielungo, Tramonti di Sotto, T. di Mezzo e T. di Sopra.

 

Il Pignarûl, dato che deve poter facilmente prendere fuoco, è fabbricato con tipico materiale da falò, quindi legna, con la quale si può innalzare l’intera catasta, ma anche fieno, stoppie e quant’altro possa essere utile. L’accensione, sia che si collochi il 5 che il 6 gennaio, è fissata al tramonto, mentre la preparazione della pira è compito di solito dei giovani del paese. Gran parte della comunità si riunisce quindi attorno alla catasta, attendendo con impazienza l’accensione per dare il via a una serata all’insegna della compagnia della propria gente, degli amici, il tutto magari dandosi a canti, balli o semplicemente ammirando lo spettacolo che illumina la sera, che rende la landa friulana, ormai altrimenti avvolta dal buio, come un enorme accampamento con centinaia di fuochi sparsi un po’ in ogni suo angolo. Per mettere qualcosa di caldo in stomaco, va per la maggiore il vin brulè come bevanda in queste serate di pieno inverno, in pratica del vino rosso scaldato e mescolato a zucchero e spezie aromatizzanti, tipicamente cannella e chiodi di garofano. Ma c’è anche un dolce abbinabile, la pinza: in pratica una piccola focaccia ricavata con farina di mais e farcita con pinoli, fichi secchi e uvetta. Ingrediente, questo, correlato all’abbondanza e che quindi tramuta l’intera focaccia in un cibo propiziatorio. Si solevano consumare anche salsicce, sempre in riferimento all’abbondabnza. In alcune località i giovani che hanno provveduto all’allestimento, i pignarulârs, si cimentano nel salto delle braci attraverso il fuoco. Ma, oltre ad ardere la strega, la tradizione friulana ritrova un profondo significato nella direzione presa dal fumo e dalle faville. Il relativo proverbio ci chiarisce in sintesi la questione: “se il fum al va a soreli a mont, cjape il sac e va pal mont; se il fum invezit al va de bande di soreli jevât, cjape il sac e va al marcjât”; ossia “se il fumo va a occidente, prendi il sacco e va per il mondo; se il fumo invece va a oriente, prendi il sacco e va al mercato”. Si parla,

pinza-befana

La pinza, dolce tipico dell’Epifania in Friuli (soprattutto nel sud e nell’ovest), Veneto e alcune vallate del Trentino.

dunque, di buona o cattiva sorte per l’anno appena iniziato, e, come è intuibile, è la direzione verso est quella più auspicabile, in quanto indicatrice di un abbondante raccolto. Esso sarà in grado di sfamare sufficientemente la popolazione, che così non sarà costretta ad emigrare in cerca di fortuna ma potrà restare nei propri paesi ed, anzi, tranquillamente recarsi al mercato. Per l’accensione la tradizione vorrebbe che ad eseguirla sia un bambino, simbolo di innocenza e quindi elemento che favorirebbe un responso positivo. Ci sono tuttavia anche altri significati nello svolgimento del rito: da quelli pratici, come l’eliminazione di ciò che è il residuo del lavoro dell’anno passato, identificato con le stoppie, a quelli più profondi, come lo stimolo della natura per riattivarsi nell’anno nuovo, per permettere nuova attività. Si riconosce, dunque, una persistenza dell’arcaico significato della purificazione dei campi, tanto caro ai Celti. Quando veniva usata la sola paglia c’è da pensare che fosse stato quest’ultimo il significato di base, dato che la paglia non rappresenta affatto uno scarto, bensì un bene di cui far uso. Il fuoco poi rappresenta il raccoglimento della famiglia, unità fondamentale e di coesione che compone la comunità di ciascun paese e centro abitato. Nei tempi attuali a tener viva la tradizione dei fuochi epifanici sono spesso dei comitati spontanei o comunque delle associazioni di volontari, e non in tutti i casi si può riscontrare una continuità durante tutti gli anni. Tuttavia il panorama regionale è così ricco a riguardo che non c’è nessun pericolo di rimanere a corto di opzioni per il 5-6 gennaio, anche se le avverse condizioni meteo sono sempre le peggiori nemiche di queste manifestazioni.

 

Due casi emblematici: Tarcento e Orzano

Ora riporteremo due casi che, per le loro caratteristiche, possono definirsi come alcuni dei principali rappresentanti di questo rito nella nostra terra, attirando ogni anno migliaia di persone. Il re dei Pignarûl friulani è sicuramente quello di Tarcento, del 6 gennaio, conosciuto non a caso come Pignarûl Grant. È l’evento tanto atteso che ogni anno tiene col fiato sospeso i friulani, per via del responso che è tenuto a formulare il Vecchio Venerando, l’anziano saggio del paese, interpretando il significato della direzione del fumo. Anche se, come abbiamo affermato, i fuochi sono parte della nostra tradizione fin da epoche protoceltiche e inoltre il sito del falò fu scelto per questa occasione molti secoli fa, come specificheremo in seguito, ogni Pignarûl ha un anno nei tempi moderni dal quale è nata la ricorrenza ufficiale; e l’istituzione di questo risale al 1928. Le danze vengono aperte già il giorno prima, con la sfilata in piazza di gruppi provenienti dai vari borghi e frazioni e recanti elementi tipici della vita contadina, come gli indumenti di una volta. Inoltre ogni gruppo ha allestito anche un proprio Pignarûl borghigiano. Si prosegue nel tardo pomeriggio col ritrovo dei pignarulârs, la consegna del fuoco e la fiaccolata per le vie del centro di Tarcento in compagnia del Venerando. Dopodiché il momento clou di questa vigilia si concretizza nel così detto “Palio dei Pignarulârs“, che si sfidano in una corsa lungo uno dei principali viali del paese trascinando carri infuocati, sempre alla presenza del Venerando. Corrono due

epifania_palio-pignarulars

Il “Palio dei Pignarulârs”, uno dei momenti salienti dell’Epifania tarcentina. A osservare la gara non può non essere presente il Venerando, sullo sfondo.

batterie per poi arrivare alla finalissima; ciascuna squadra rappresenta un borgo. Alla fine si avrà quindi un borgo vincitore. Ma è naturalmente la sera successiva che l’Epifania tarcentina raggiunge il suo culmine. Quando sta per calare il sole la comunità si raduna in centro, ai piedi delle colline che sovrastano il paese per dare il via alla consueta fiaccolata in processione verso i ruderi del “Castellaccio”, “Cjscjelat” in friulano, ossia ciò che resta del medievale Castello di Coia, che, infatti, fu edificato nell’omonima frazione subito a monte del capoluogo. Il sito non è casuale e nemmeno di recente scelta, tutt’altro. Nel 1281 il feudo di Tarcento col Castello di Coia, che controllava il paese dall’alto, passò per investitura feudale da una famiglia austriaca a una friulana, il cui primo rappresentante in terra tarcentina fu tale Artico di Castel Porpetto, così chiamato dall’allora Patriarca Raimondo Della Torre e noto ora semplicemente come Articone. Da allora il Castello fu la sede del Pignarûl di Tarcento. Nello specifico abbiamo nella folla un corteo di personaggi in costumi medievali che, come in una rievocazione, dal centro raggiunge i piedi del Colle di Coia, ove il Venerando racconta ai presenti le vicende legate all’investitura di Articone, nuovo signore di Tarcento. Dopodiché i partecipanti sono invitati a spostarsi tutti presso il sito del Pignarûl, e ancora una volta spetta al Venerando scandire l’evolversi del rito, con l’accensione del grande falò, che così lancia il segnale per tutti gli altri Pignarûl della Conca Tarcentina. Sono le sette in punto. Egli infine avrà quello che è forse il compito più delicato, leggere con precisione i segnali che arrivano dallo spostamento del fumo. Oggi naturalmente il suo pronostico possiede un significato strettamente culturale, in quanto sintesi della tradizione che interessa questo rito, ma secoli fa, quando le credenze della gente non erano state ancora offuscate dalle conoscenze moderne, un eventuale responso negativo del Venerando poteva, per alcuni contadini, tramutarsi in stimolo e incentivo per emigrare altrove e sfuggire quindi dalle carestie che si profilavano. Ai nostri tempi, un’ora dopo l’accesione del Pignarûl Grant, un grandioso spettacolo pirotecnico chiude la serata epifanica di Tarcento.

venerando

Il Vecchio Venerando all’opera, figura chiave per cogliere le peculiarità del Pignarûl Grant.

 

L’altro pignarul che volevo descrivere e anche confrontare con questo di Tarcento è la così detta Fugarele di Orçan. Come anche i non friulani posso intuire, porta con sé il nome del paese che lo ospita, Orzano appunto, in Comune di Remanzacco, a sud-est del capoluogo comunale. Se quello di Tarcento è certamente il più famoso, quello di Orzano è indiscutibilmente il più alto, con i suoi ben 20 metri d’altezza. Ecco la sua storia! Ebbe il suo battesimo circa 40 anni fa, e pensate che inizialmente si usava bruciare pneumatici di camion, trattori e auto che si recuperavano dal letto del Malina, il torrente che scorre subito a ovest del paese e che pochi chilometri più a valle finisce nel Torre. Di certo l’inquinamento non deve essere stato indifferente, ma la gioia che dava un fuoco attorno al quale stringersi e godersi la notte del 6 gennaio era più forte. Inizialmente l’appuntamento aveva luogo dove ora c’è il campo sportivo, sulla sponda destra del Malina, presso la località di Casali Battiferro, mentre ora si allestisce il falò in un campo a ridosso del cimitero, poco fuori il paese. Naturalmente anche i materiali combustibili non sono gli stessi, e l’intera organizzazione si è evoluta sino a veder nascere nel 2005 un’associazione, nata col fine di preservare nel tempo questa tradizione particolarmente sentita e che per questo non va trascurata. Coloro che si adoperano per preparare la pira sono tutti volontari, tra cui molti giovani, e non si deve perdere tempo data la lunghezza delle varie fasi. Si comincia infatti già ad ottobre, quando si raccoglie il fieno di soia necessario, per poi imballarlo e accatastarlo al riparo, sino ai primi di gennaio, in cui si monta il tutto. Si andrà così a formare una enorme piramide di fieno a base quadrata, 7 metri di lato, e molto slanciata. 24 sono le rotoballe impiegate, ben 2800, invece, quelle tradizionali, il tutto ricavato solo dagli

orcan

La preparazione della pira ad Orzano è un lavoro non indifferente. Qua è in fase di ultimazione.

scarti della trebbiatura. Anche queste fasi finali sono particolarmente delicate e impegnative: si parte 3 o 4 giorni prima dell’Epifania, posizionando innanzitutto il palo che sosterrà centralmente la struttura e che serve anche come punto di riferimento per i vari posizionamenti; quindi si prosegue col montaggio delle balle. Durante questa fase impegnativa non bisogna mai abbassare la guardia, tanto che si organizzano dei turni per assicurarsi che a nessuno venga in mente di attuare qualche scherzo ai danni della struttura, come appiccare incendi. Sarebbe un disastro vista l’estrema infiammabilità del fieno. Alla fine si completa la piramide e si fabbrica il fantoccio della befana, da posizionare ovviamente in cima, il tutto in contemporanea all’allestimento dei tendoni e di tutto ciò che servirà la sera del 6 gennaio. Il calendario degli eventi della serata è diverso da quello che seguiremmo a Tarcento. Prima di sera, come sempre, varie attività ludiche e rievocative, come la corsa con le balle e la presenza di figuranti in abiti medievali; poi, non alle sette ma mezzora dopo, viene acceso un primo falò, ma non è quello principale, bensì quello per i bambini, la “fugarele dai fruts”. Quindi segue uno spettacolo di fuochi d’artificio e finalmente, alle otto, non una singola persona ma uno stuolo di giovani, arrivato in processione con le fiaccole e accompagnato da una solenne colonna sonora di fondo, circonda l’alta piramide e pone alla base le torce. Ciò che segue è una visione spettacolare di alte fiamme che avvolgono velocemente l’intera pira. Per i forti stomaci il vin brulè scorre a fiumi, a dare ulteriore vita a una notte riscaldata sia nel fisico che nello spirito. Molti altri esempi interessanti potrebbero essere ancora accostati, ma per questo testo ci fermiamo a questo duo, è proprio il caso di dire, focoso: il famoso e il grande. E il bello? Beh, non ce n’è uno in particolare, perché sono belli tutti!

fugarele

La Fugarele di Orçan al massimo del suo splendore durante l’Epifania 2017. (foto di Enrico Rossi)

 

Fonti principali

 

NB: tutte le immagini sono prese dal web, tranne quella contrassegnata col nome dell’autore

Enrico Rossi

Annunci

Un pensiero su “I Pignarûl e i casi di Tarcento e Orzano

  1. Marinella ha detto:

    Un excursus descrittivo e storico chiaro e molto suggestivo sui fuochi delle nostre terre. Sembra di essere lì, accanto al fuoco, di vedere l’ ardore rosso scheggiato di giallo delle fiamme, le narici piene del sentore dei fumi acri, la bellezza e la magia delle rappresentazioni in costume, il cuore in superstiziosa attesa del responso del Vecchio. Mi ha emozionata molto la narrazione del salto delle braci infuocate cui i vari autori fin qui letti non accennavano. In effetti , dei cerimoniali epifanici, ciò che ho ben impresso in modo vivido nella mia mente è il salto del fuoco dei giovani del mio piccolo e bello paese natio, che si adagia come un antico gioiello nella pianura poco sopra la Strada Pontebbana e la ferrovia che tagliano in due la nostra bella terra. Il ” pignarul ” veniva preparato dai giovani e dai vecchi del mio paese fin dal tempo del taglio del granoturco, ammassando i lunghi fusti ripuliti delle pannocchie e dei cartocci. Dopo il Vespero del sei gennaio, tutte le famiglie si recavano a frotte verso l’ ovest dove scorreva, nel suo incredibile letto fatto di sassi tondi, lisci, uguali fra loro, il torrente che faceva da confine alle ultime case. Il ” pignarul ” ardeva là, sulla riva interna, poco distante dal ponte da cui si dipartiva la strada verso il Capoluogo. Le fiamme e le faville volavano alte nel buio, salendo fugaci fin dove l’ occhio incontrava le tremule stelle.
    E , fra le grida e gli incitamenti della mia gente semplice e laboriosa, i giovani si toglievano maglie e camicie, saltavano con tutta la forza dei loro giovani anni il falò che scemava, ma che circondava ancora spaventevole il loro corpo. Si è impresso indelebilmente nella mia mente di bambina il rossore del loro volto tutto teso e determinato nello sforzo del grande salto e il rosseggiare del loro petto nudo che sfuggiva fulmineo alle fiamme che lambivano pericolosamente vicine il loro corpo Era forse un rito iniziatico, perché dal salto erano esclusi gli uomini sposati anche se giovani. E intanto il brulé veniva passato di mano in mano nei ” cits” di alluminio, dal manico ancora troppo caldo, fra tutti noi che li guardavamo affascinati. E quante grida festose risuonavano all’ unisono, quanti bei canti friulani gli uomini intonavano mentre le ultime fiamme scaldavano ancora l’ aria. Come dimenticare le belle voci tenorili che facevano volare nell’ aria le parole della canzone friulana forse più bella: ” La biele stele “. Erano proprio i giovani con famiglia a cantare stringendosi in cerchio attorno al fuoco morente, le braccia sulle spalle dei compagni. Erano i giovani uomini che pochi anni prima avevano combattuto la seconda guerra mondiale e che eran tornati per metter su presto famiglia, liberarsi delle macerie, lanciarsi nel nuovo mondo che solo loro sapevano immaginare e volevano con passione. Le tre suorine, che crescevano con fatica e dedizione tutti i piccoli del paese nel loro asilo che guidava la vita di una piccola comunità, ad un tratto battevano le mani: bambini, mamme, nonne, nonni se ne tornavano alle antiche e povere case costruite tutte coi magnifici sassi rotondi del nostro torrente. Sulla riva fumante restavano i papà a cantare le loro struggenti cantiche friulane. Suonava nostalgica qualche fisarmonica. I baldi giovani e le ragazze sedevano ancora per un po’ presso la riva del torrente : ” A veran ben di cognoscisi un poc mior ” sussurravano maliziosamente le anziane che tenevano le manine dei piccoli restii al sonno. La magia del cielo stellato era sopra di noi. Pallide lampade gettavano una luce fioca sui portoni a volta, sui muri di sasso. Si udiva il gocciolio della fontana che filava il suo filo d’acqua giorno e notte nei mesi freddi perché l’ acqua del pozzo non doveva gelare : ogni mezzodì le donne caricavano i loro secchi di rame sul ” buinc ” per portare in ogni casa l’ acqua potabile. Ma non ho mai sentito freddo io, nel piccolo paese in cui ho mosso i primi passi ed imparato il coraggio di saltare fossi profondi, nemmeno quando svegliandomi il sette di gennaio trovavo sui vetri della camera gli arabeschi che il respiro leggero dei dormienti aveva creato durante la gelida notte. Li grattavo con l’ indice e mettevo in bocca quel ghiaccio misterioso fingendo che fosse l’ ultimo dono lasciato dalla povera ed affaticata Befana che a noi poteva lasciare solo qualche mandarino nelle vecchie calze rattoppate appese giù in cucina sopra i ferri a raggiera attaccati al tubo del camino. Il freddo l’ ho invece patito nelle moderne case, ben riscaldate dai termosifoni, che ho abitato lontano da quella magica contrada.

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...