Portis Vecchia: antico scalo per gli zatterai del Tagliamento

Poco più a nord di Venzone, emblema di rinascita e ricostruzione integrale, vi è, o meglio, vi era una frazioncina il cui destino si contrappose a quello del suo capoluogo comunale, essendo stata abbandonata completamente. È Portis, o Portis Vecchia per distinguerla dal paese nuovo, edificato a nord del Rio Pissanda negli anni ’80, in località Borgo Gnocs. Nel sito originario, tra le pendici della Cima Somp Selve (1703 m slm), del Massiccio del Plauris, e il Tagliamento, una ventina di abitazioni superstiti delle scosse del ’76 offrono un paesaggio spettrale e sinistro.

portis

Oltre alle foto d’archivio, una preziosa testimonianza su come si presentava, prima dell’avvento della ferrovia, la porzione di Tagliamento in cui si trovava Portis e il suo punto d’attracco è rappresentata dall’acquarello del pittore ottocentesco Giovanni Bellina detto “Franz”, originario proprio di Borgo San Rocco. Si nota la chiesetta sulla sinistra, sempre a sinistra ma sullo sfondo Venzone, mentre sulla destra Pioverno. Se non si sapesse che si tratta di un argine fluviale, si potrebbe quasi pensare che quello di Portis sia una scogliera su un fiordo.

 

Ma, oltre alla distruzione patita, cosa ci può raccontare della sua storia? Un aspetto in particolare emerge e stimola l’interesse. Innanzitutto la sua peculiarità era quella di situarsi in una posizione adiacente all’alveo del Tagliamento; raramente troviamo paesi così vicini ai corsi d’acqua, per via del pericolo di esondazioni. A proteggerlo da tale fatalità vi era un promontorio, sul quale sorgeva la Chiesetta di San Rocco, che diede il nome al borgo attorno ad essa e che è ora ricostruita solo nelle fondamenta. Il lato ovest del paese era, dunque, letteralmente a strapiombo sul Tagliamento, dato che avremmo trovato una ripida scarpata. Per via delle correnti che sbattevano sul lato nord del promontorio, per essere poi deviate verso la borgata piovernese di Vale, sull’altra sponda del fiume, presso il lato sud vi era una zona protetta di risacca. Essa era l’ideale affinché le zattere che trasportavano il legname dei boschi carnici, destinato molto spesso alle imbarcazioni dell’arsenale di Venezia, potessero sostare. Non mancavano, però, anche carichi che erano destinati ad altri porti, come Senigallia, ma anche altrove. Gli zatterai, detti çatârs, approfittavano della pausa per rifocillarsi, assicurarsi che il tutto fosse a posto e ben sistemato. Non ultimo essi dedicavano anche i loro ringraziamenti al Signore per averli fatti arrivare fin lì sani e salvi, visto che il peggio del viaggio era ormai alle spalle. Da lì avrebbero poi proseguito

portis-1

In questa foto in bianco e nero si capisce come si presentava Portis attorno al 1950, con il tracciato della Ferrovia Pontebbana che lo rasenta a ovest, le abitazioni tutte addossate le une alle altre e l’ansa del Tagliamento perfettamente visibile. Ora al posto del villaggio abbiamo solo le sue tracce, con una manciata di edifici superstiti del terremoto del ’76.

sino alla foce del Tagliamento, ove il prezioso legname sarebbe stato caricato su dei trabaccoli veneziani. Questi traffici furono portati avanti sin dal Medioevo e avevano il chiaro vantaggio di essere economici, rispetto a qualsiasi altro tipo di trasporto dell’epoca, anche se i rischi del mestiere erano notevoli. Tuttavia non tutti i tronchi arrivavano a Portis, in quanto solo quelli destinati alle altre zone del Friuli o che dovevano essere recuperati da Venezia potevano avere il via libera da Tolmezzo. Legname giungeva, però, anche dal Fella, e va a proposito ricordato come le Alpi Carniche si estendessero su una superficie maggiore di quella della regione storica della Carnia, in quanto arrivavano proprio fino al Fella. Gli alberi da cui si ricavavano erano in particolare l’abete e il larice, quest’ultimo notoriamente pregiato. Inoltre solo quando si disponeva di tavole o travi si poteva legare insieme il legname per andare a formare una zattera. L’operazione avveniva nei bacini ricavati presso le segherie carniche, con conseguente rilascio delle zattere nei corsi d’acqua attraverso dei canali. Nelle località della Carnia da dove si mettevano in viaggio queste persone si poteva sentir parlare di una chiesetta dei çatars, che si può molto probabilmente identificare proprio in quella di San Rocco a Portis. Al contrario si escluderebbe la Chiesetta di Santa Lucia, più a sud, tra Portis e Borgo Fracjarandis, presso cui, invece, durante le piene del Tagliamento gli zatterai rischiavano di naufragare contro il “clapon de cengle”, un grosso e insidioso masso che faceva parte di una cintura di pietre emergenti. Infatti in quel punto l’ansa del corso d’acqua si riduce improvvisamente a una strozzatura, facendo risultare le manovre parecchio rischiose. Gli incidenti avvenivano quando non si riusciva in tempo ad attraccare al porticciolo presso la Chiesetta di San Rocco. La combinazione fatale delle acque alte, delle correnti violente e della presenza di quel masso poteva significare la distruzione della

fluitazione

Disegno di una tipica zattera carnica per la fluitazione del legname. Si trattava di una attività faticosa e pericolosa, che si rendeva necessaria prima dell’avvento della moderna rete stradale e del treno.

zattera, la perdita del carico e il ferimento o la morte degli sfortunati zatterai. Anche in queste circostanze emergeva il senso di religiosità popolare, in quanto dai racconti degli antenati sappiamo che essi, per scongiurare le tragedie, erano soliti riunirsi assieme al prete davanti al “clapon” e pregare affinchè le acque si abbassassero e la vita dei naufraghi fosse salva.

 

I traffici non terminarono affatto con la caduta della Serenissima, nel 1797, ma proseguirono nel corso dell’Ottocento. Infatti dalla seconda metà di quel secolo Portis divenne il capolinea della tratta fluviale del legname, in quanto la rete viaria, sviluppatasi da sud, permetteva da lì in poi di trasportarlo via terra su dei carri. Questo primo cambio di programma ebbe il risultato di far nascere in paese dei punti di raccolta dei carri, delle vere e proprie stazioncine. Era il caso della “Cjase dai Lensos” e di quella di “Toni dal Moro”, essendo state dotate di porticati per il collocamento dei carri e di stanze per il riposo degli addetti. L’antico e pericoloso mestiere degli zatterai si estinse con l’apertura, nella seconda metà degli anni ’70 dell’Ottocento, della Ferrovia Pontebbana; così il treno anche per il traffico di legname divenne il mezzo più veloce e sicuro. L’avvento della strada ferrata contribuì anche a modificare la conformazione stessa della porzione di territorio che si affaccia sul fiume, cambiando così lo scenario che per secoli aveva fatto da cornice

mappe1831_portis_11

Portis in una mappa del catasto austriaco del 1800 circa. Qua si capisce forse ancora meglio come il paese fosse letteralmente attaccato all’alveo del Tagliamento. La Chiesetta di San Rocco è quella in rosso più scuro.

all’attività degli zatterai. Infatti il tracciato lambisce il promontorio lungo il lato sud, poggiando direttamente sulle sponde del Tagliamento e creando, quindi, una barriera di protezione ulteriore, per poi tagliare la piccola penisola presso cui si trova la chiesetta, che fu pure accorciata per permetterne il passaggio. Inoltre, in seguito al terremoto del ’76, le macerie del paese furono collocate proprio nello spazio tra la ferrovia e la piana, completando lo stravolgimento morfologico dell’area. Oggigiorno l’ansa fluviale non è naturalmente solcata dalle zattere dei trasportatori di legname, ma è ancora oggetto di visite da parte di qualche discendente degli abitanti di Portis, i portolans, o di alcune di quelle stesse persone che dovettero abbandonare il paese all’indomani del sisma.

 

Nel 1894 il geografo Giovanni Marinelli diede credito a quello che parrebbe come il più probabile significato del toponimo, cioè appunto “porto”, dato che il nome friulano del paese, “Puàrtis”, significherebbe letteralmente “porti”. Tuttavia il Frau nel 1971 ipotizzò che può forse derivare dal plurale di “porta”, magari in riferimento alle antiche chiuse fluviali, come quella di Chiusaforte. Se dovesse essere confermata la teoria del Marinelli, si ricaverebbe in automatico che l’attività del porticciolo deve aver accompagnato il paesello fin da subito, dato che la sua prima attestazione risale addirittura al 1190, con tale Joannis de Portis.

 

Certamente Portis Vecchia non è oggi ricordata come ex importante tappa di sosta per questi antichi navigatori fluviali, e proprio per questo la sua memoria non dovrebbe limitarsi ai tragici eventi del ’76 ma espandere gli orizzonti anche in altri periodi, come quella di ogni paese dalla storia secolare meriterebbe.

 

Fonti principali:

 

NB: tutte le immagini sono prese dal web

Enrico Rossi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...