Introduzione – Terra e sapori

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Salve a tutti! Questa sezione del “Forum Julii Project” ha forse il compito più delicato tra tutte: tradurre in parole il valore e l’unicità della gastronomia regionale. Se non si tocca il cibo, il lavoro di ricerca verso una qualsiasi parte di mondo non potrà mai dirsi completo.

Il cibo non identifica solo i sapori dalla terra che lo ha prodotto, ma anche la sapienza e l’arte della sua preparazione, veri e propri pilastri di tradizioni locali. In esso, inoltre, è rispecchiato tutto il lavoro che i nostri antenati dovevano sostenere per mettere a tavola la fonte delle loro stesse energie.

La semplicità e l’essenzialità della gastronomia friulana ci parlano direttamente della vita delle nostre comunità, di quella rusticità che non poteva permettersi molti lussi e che affidò la memoria delle proprie fatiche a una forma di cucina decisa e genuina, da salvaguardare come patrimonio regionale!

Foto da: malgacarniaformaggi.it

Enrico Rossi

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Un pensiero su “Introduzione – Terra e sapori

  1. Viviana Alessia ha detto:

    E vedendo una bella foto che ritrae tanti formaggi, non posso fare a meno di andare con la memoria al noto negozietto del medio Friuli che mio padre caricava dei migliori formaggi friulani. Li andava a scovare con la lanterna, novello Diogene, ma non per questo meno prezioso dell’ antico saggio greco per la clientela semplice ma esigente che affollava quella rivendita nel cuore di perla del Friuli. Io stessa ho tagliato e pesato molti spicchi dei nostri formaggi di latteria che veniva venduto in quattro e anche cinque stagionature andando dallo stravecchio ottimo per il minestrone di patate e fagioli, tipico e unico per bontà nella nostra terra, al formaggello freschissimo di un paese della destra Tagliamento che aveva un nome bellissimo come quel suo antico prodotto caseario.
    Ma c’ è un enigma riferito ai formaggi che da oltre vent’ anni non riesco a chiarire con nessuno che sia nato e vissuto in Friuli: come i vecchi friulani facevano veramente il famoso ( ora )
    “frico ” ? Ricordo che a casa mia si mangiava il frico di buon mattino, fatto da mia nonna con le sole ” strisciulis” appena prese in latteria turnaria. Mia nonna tagliava a dadini ” lis strisciulis”, le versava in un po’ di olio di semi scaldato in una padella di ferro nero, mescolava con la forchetta , lasciava formare una crosticina dorata appena abbrunita rigirando il composto a mo’ di frittata e ce lo serviva tagliato a spicchi abbondanti sui piatti della tavolata mattutina. A me, buona forchetta dei tempi andati, pareva di mangiare il nettare degli dei. Quel frico era bianco e morbido, quasi filante dentro, appena croccante fuori. Siccome si diceva che era ” pesante” (ma dove, ma quando mai? Vorrei proprio vedere se sono ” leggeri” certi abominevoli burger che ti pastrocchiano con pomodoro, insalata e salse d’ ogni sorta nei locali alla moda d’ oggidì! ), la mia saggia nonna alternava il suo frico al ” giuf ” più noto come ” zuf ” fatto di latte fresco della mattina, farina gialla di mais, farina 00 di grano tenero: altra indimenticabile bontà che ho preparato per i bimbi dei condomini che ho abitato in altre e grandi città italiane e che lo trovavano talmente buono da costringere le loro madri a scendere in casa mia per acquisire la ricetta. Il ” frico” non si poteva neanche sognarsi di prepararlo perche’ nessuno sapeva cos’ erano le strisce di formaggio fresco ritagliato dalle forme del formaggio appena fatto.
    Tuttavia da oltre vent’ anni il rebus del ” frico” vero qua non si scioglie neanche a parlar con le persone più anziane che conosco. Niente da fare. Qualcuno mi stragiura che in casa sua è sempre stato fatto con le patate mezze lessate e poi finite di dorare assieme ai dadini delle ( più famose ) ” strissulis” di giornata trattando l’impasto appunto come una delicata frittata da dorare da ambo le parti. Qualcuno mi dice che io e tutti quelli delle patate aggiunte alle strisce di formaggio appena arrotondato tagliando via i bordi della forma di formaggio, che sbordava dallo stampo, dalle sapienti mani dei casari non abbiamo mangiato per niente il frico, perché il vero frico si cucina mettendo lis strissulis ( tanto ormai capiscono tutti di cosa si tratta) in una padella di ferro appena unta di olio , lasciando che esse si sciolgano e, rigirando con sapienza la padella di ferro, formino tutt’ attorno alla padella una sottile e crosta che, quando diventa di un caratteristico color beige, si va a staccare a pezzi dalla padella stessa. Si mangia tiepida e croccante questa crosta saporita, accompagnandola con buon rosso. Dunque, lasciando perdere le fantasiose performance ricche di cipolle, salsicce, salame, olive ecc…che ho visto andare a snaturare in tanti locali il semplice ” frico ” della mia lontana infanzia, è rimasto qualcuno che sa dirmi quali dei tre tipi di ” frico” era il nostro antico e vero ” frico” di friulani veri, quelli proprio di una volta che cucinavano pietanze semplici ma gustose, per correre quindi ai consueti affanni che il giorno laborioso portava loro? L’ enigma è diventato, meritatamente, più che amletico e a nulla servono le mie ricerche o le mie discussioni. Attendo lumi, serenamente.

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