Il Collio di Plessiva

Introduzione

Il Collio, regione geografica e non storica, è tagliata in due dal confine di Stato, una linea che disegna approssimativamente un semicerchio, con la parte slovena, il Brda, che forma un territorio compatto abbracciato per buona parte dalla porzione italiana. Questo

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In questa cartina austriaca del 1880 si può ben notare come la divisione linguistica del Collio sia stata sostanzialmente rispettata dal confine imposto nel 1947.

confine, nato col Trattato di Parigi nel 1947, in seguito alla Seconda Guerra Mondiale, e reso definitivo nel 1975 con il Trattato di Osimo, pur ricalcando quasi perfettamente la divisione linguistica, slovena nell’interno, friulana sull’esterno, ha separato, anche se soltanto sulla carta, alcuni villaggi. Se, infatti, la ripartizione idiomatica pare rispettata “quasi al metro” (se si esclude il Comune interamente slovenofono di San Floriano del Collio), come si può intuire dalla mappa austriaca del 1880 riportata a lato, in una terra di frontiera tra due mondi linguistici completamente diversi, come quello neolatino e quello slavo, ma in cui questi due mondi sono stati da sempre in connessione culturalmente ed economicamente, era inevitabile che rimanessero di qua o di là del confine alcuni frammenti dell’altro mondo. Nel caso del Collio si tratta spesso di parti di villaggi di lingua slovena ad essere rimasti in Friuli. Tuttavia non si parla di Slavia Friulana, così come, invece, avviene per le Valli del Natisone o quelle del Torre, in quanto la storia ha reso la grande maggioranza del Collio parte integrante per secoli del territorio della Contea di Gorizia, territorio dalla doppia identità linguistica per eccellenza, e non “marca” di confine della Serenissima. Questo dualismo del Collio è quindi rimarcato a maggior ragione in questi paesi o parti di paesi, come Plessiva, di cui ora andremo a parlare. Buona lettura!

 

Il territorio in sintesi

Il villaggio di Plessiva è riconosciuto come frazione a tutti gli effetti, in Comune di Cormons, la “capitale” del Collio, ma in realtà la parte più consistente del centro abitato si trova nel settore sloveno, Plešivo. Da quando la parte centrale e orientale del Collio passò dal dominio patriarcale a quello dei Conti di Gorizia, nel 1330, Plessiva integralmente rimase sempre legata ai Conti prima e agli Asburgo poi, sino all’annessione al Regno d’Italia con la Prima Guerra Mondiale. In particolare nel 1849 è segnalato come insediamento alle dipendenze di Medana, il principale paese che si incontra addentrandosi nel Collio partendo dal nostro villaggio, e per questo è noto anche come

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La ripartizione del Collio friulano nelle varie aree vitivinicole, tra le quali anche quella di Plessiva, che qua include anche le vicine località di Zegla e Novali.

Plessiva di Medana. Interessante il censimento austriaco del 31 dicembre 1910, in cui si legge che in tutta Plessiva vi fossero 77 abitazioni (più del capoluogo Medana, fermo a 65), 429 abitanti (contro i 369 di Medana), di cui nessuno di lingua italiana o forse, come sarebbe meglio dire, friulana.

 

Dal punto di vista della letteratura e dell’etimologia del toponimo, esso viene citato normalmente con la doppia “s”, anche se nel 1756 il Coronini, colui che nello stesso periodo fu incaricato di disegnare definitivamente i confini tra Contea di Gorizia e Serenissima, lo riporta con una sola “s”, quindi “Plesiva”. La radice è certamente slava, da “pleš-”, che vuol dire “calvo”. Se ne deduce che il termine doveva avere, nel caso del territorio in questione, il significato di “spoglio”, stando ad indicare quindi un paesaggio molto povero di vegetazione. Questa teoria, decisamente convincente, è confermata anche dal suddetto significato che troviamo in altre lingue slave, come il ceco. Una seconda ipotesi prende in considerazione il sostantivo, sempre sloveno, “plâz”, ossia “frana”, “smottamento terroso”. In Friuli non ci sono altri esempi correlabili, mentre in Slovenia naturalmente sì, come Plešivec, Plešivica (entrambe nella regione storica della Stiria) e altri, oltre ad alcuni in Austria.

 

La conformazione stessa del Collio ha permesso lo sviluppo di villaggi adagiati e dilatati alle pendici e sulle cime di dolci colline e costituiti da innumerevoli borghi, talvolta anche relativamente distanti tra loro e quindi ben distinguibili. Plessiva non fa eccezione, e la parte friulana si sviluppa perlopiù a cavallo della Regionale 409, il cui valico porta alla porzione slovena, per poi proseguire verso Medana (Medana) e Castel Dobra (Dobrovo), nel cuore del Brda. Si può persino identificare la collina su cui è letteralmente spalmato tutto il paese; si tratta del Nandov vrh, la cui cima, 133 metri, è

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Veduta invernale del borgo sloveno di Dugo, in primo piano, da quello di Berič, due dei tanti che compongono Plessiva. Dugo si estende in parte anche in Friuli; il confine passa proprio al centro dell’immagine. A destra il Friuli, a sinistra la Slovenia. (foto di Enrico Rossi)

stata segnalata presso il borgo sloveno di Berič, appena oltre il confine. Il resto della Plessiva friulana lo troviamo radunato in una manciata di edifici lungo quattro distinte strade quasi parallele, tra il blocco principale e la località di Zegla, anch’essa a cavallo del confine di Stato. In ogni caso l’intero territorio di Plessiva è di tipo collinare, a differenza di altre zone come quella pianeggiante del Preval, a sud-est. Appena a ovest della parte friulana scorre un rivo minuscolo, il Rio Klampuc, che, nascendo dal versante est del Monte Mò, presso Novali, si immette più a nord nel Rio Fidri. Il Klampuc, per quanto minimo, fa a sua volta da confine tra l’area su cui sorge il paese, a 110 m slm, e quella, invece, in gran parte occupata dal Bosco di Plessiva, l’interessante area naturalistica oggetto del prossimo paragrafo.

 

Il Bosco di Plessiva

Se il paesaggio del Collio sloveno è formato da tutta una serie omogenea di piccolissime valli, altrettanto ridotte creste collinari, il tutto coperto da vigneti e strisce di bosco, quello del Collio friulano è più eterogeneo, con la componente del bosco presente in maniera molto più marcata. Il vino, re incontrastato dell’economia e della gastronomia del territorio, non deve, infatti, trarre in inganno e far pensare che solo i vigneti rappresentino l’attrazione di questa parte di regione. I boschi, veri e propri

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L’ingresso nord del Bosco di Plessiva.

arcipelaghi di verde scuro in un mare di verde chiaro, si arroccano soprattutto sulle cime dei vari monticelli e attorno ad esse: dal Calvario, sopra Piedimonte, al Galuz, presso Budignacco, al Quarin e al , entrambi a nord di Cormons e a sud-ovest di Plessiva.

 

Ed è proprio sul versante ovest di un cucuzzolo secondario del Monte Mò, a nord-est della cima principale, che si sviluppa il Bosco di Plessiva. Durante la Seconda Guerra Mondiale si situava proprio qui, sull’altura, una polveriera, poi abbandonata e assorbita dal verde, proprio come nel Bosco Romagno, nel Cividalese, tra il villaggio di Craoretto e la zona della Rocca Bernarda. Nel 1983 il bosco è stato convertito dalla Regione in area protetta e precisamente in parco naturale a carattere ricreativo, con numerosi luoghi riservati ai pic-nic, ponticelli ed un parco giochi interamente in legno; mentre la sua protezione è compito delle guardie forestali regionali. Complessivamente sono circa 33 gli ettari, con una quota minima di 25 m e una massima di 130. Come per il più famoso e più vasto Bosco Romagno, di 53 ettari, anche questo di Plessiva vanta una biodiversità che sintetizza la tipologia di fauna e flora dei nostri boschi collinari. I castagni, le robinie ad alto fusto e le querce costituiscono quasi interamente il manto arboreo, mentre caprioli, volpi, tassi, lepri, fagiani, falchi e poiane sono gli ospiti tra i mammiferi e gli uccelli più rappresentativi. Gli ingressi sono due: uno lo si raggiunge svoltando a sinistra dalla Regionale 409 appena entrati nel villaggio, non prima di aver attraversato il Klampuc; l’altro, dalla parte opposta, è raggiungibile imboccando la Provinciale 14,

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Una baita all’interno del Percorso Vita, uno dei moltissimi itinerari possibili dentro l’area naturalistica.

che parte dalla frazione cormonese di Brazzano, immettendosi poi in Via Ca’ delle Vallade, che attraversa l’omonima località, fino ad arrivare al lato nord del bosco, in questo punto orlato dal Canale Fidri. Entrambe le entrate sono ben evidenziate da cartelli e tabelloni didattici e dotate di due parcheggi ciascuna. Le possibilità di itinerario innumerevoli e di varia difficoltà, grazie all’intreccio di molti sentieri, ma fondamentalmente si possono individuare tre tipi di percorsi: quello che, attraversando longitudinalmente tutto il bosco, collega i due ingressi e possiede un tracciato carraio ed estremamente curvilineo; poi c’è il così detto Percorso Vita, che è dato da un sentiero che si aggancia a quello precedente subito dopo gli ingressi e che segue il perimetro orientale del bosco; infine l’ultimo non è altro che un’intricata rete di sentieri che si collega al primo in più punti e che, oltre a permettere un’approfondita visita del parco, consente di uscirvi e di raggiungere la cima del Monte Mò (221 m) e, a sud-est di quest’ultimo, la località di Montona. Si presentano tutti ben segnalati e, percorrendoli, si possono anche osservare i resti delle costruzioni militari oltre agli infiniti segni della natura.

 

D’altro canto la presenza dei boschi nel Collio è riscontrabile sin dall’epoca romana, in cui essi segnavano la fine dei terreni posti a coltura ed erano anche riconosciuti come sede delle divinità boschive, e per questo rispettati. Il sottosuolo, sviluppatosi a marne ed arenarie, oltre ad essere l’ideale per l’impianto di vigneti, come sottolineeremo, richiama anche specie arboree tipiche di questi boschi. In particolare il castagno predilige i substrati arenacei, formatisi con la cementificazione di sabbie, mentre le querce sono più attratte da quelli marnosi, di derivazione limosa e argillosa e quindi dalla granulometria più fine. Il bosco, inoltre, permetteva l’utilizzo del suo bene più prezioso, il legno. Esso era naturalmente

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L’ingresso sud, con la veduta della zona di Plessiva.

sfruttato sia per i fabbricati che per una varietà infinità di oggetti, ma era anche destinato al mercato volto a ricavare prodotti artigianali di pregio. Non ultimo, i pali secchi potevano anche essere impiegati come sostegno per le viti, cosa che, però, non avveniva tanto di frequente in quanto si tendeva a risparmiare un po’ in tutto il Friuli il legname per altre finalità, e in alternativa si facevano crescere le viti sugli stessi alberi.

 

La Gradnik

Anche per quanto riguarda l’estensione dei vigneti, così come per quella del paese, il confine di Stato non è altro che una pura formalità. Le vigne non conoscono alcun confine e si diffondono sia nella parte slovena che in quella friulana; costituiscono praticamente la totalità delle sue terre coltivate e regalano alcuni dei vini più pregiati dell’intero Collio. Il terreno adatto è quello marnoso, quindi calcareo-argilloso, mentre l’esposizione deve essere per forza quella verso sud, in quanto è quella più soleggiata e quindi adatta alla crescita di una pianta mediterranea come quella della Vitis vinifera, la vite da vino. Nella sola Plessiva friulana, escludendo le vicinissime località di Zegla, Picolla e Novali, abbiamo ben 11 aziende agricole produttrici di vino.

 

Mi concentrerò ora su una delle più antiche, dalle caratteristiche degne di nota e, per la sua posizione, ultimo caposaldo insediativo della nostra terra regionale, a 120 m slm. Partendo, infatti, dal valico confinario e addentrandoci in terra friulana, la prima azienda che si incontra è la Gradnik Eredi, gestita da Neda. Ella è figlia di Gradimiro, detto Miro di Plessiva,

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Veduta del Collio dalla terrazza dell’azienda Gradnik.

che fu iniziatore dell’attività vitivinicola in zona come la conosciamo oggi, in quanto tra i primi, negli anni ’60, a imbottigliare i vini nel Collio a scopi commerciali. All’epoca egli pensò bene di dissodare quei terreni e di coltivarli quindi a vite. L’operazione risulta necessaria in quanto, dopo essere stato mosso, il substrato si sgretola durante l’inverno, essendo formato da granelli molti fini, e si origina così il terreno in assoluto più adatto alla pianta. Anche se Miro è scomparso nell’88, la sua eredità è stata raccolta appieno dalla signora Neda e dai suoi figli. L’azienda è specializzata soprattutto in vini bianchi, con una notevole varietà di tipologie, da quelle più semplici a quelle più rinomate. La particolarità della sua attività è il fatto di essere una delle poche aziende a poter vantare bianchi di ottima qualità e allo stesso tempo con oltre dieci anni di invecchiamento, caratteristica tutt’altro che comune. Le migliorie avvenute nei tempi più recenti sul piano della qualità dei vitigni non devono farci tuttavia dimenticare quanto antica sia questa realtà. A tal proposito ecco una testimonianza della sua nascita: “…dove la grande quercia spande la sua ombra maestosa…”. Furono le parole dell’avo che qui decise di costruire una nuova dimora per la famiglia, e proprio attorno alla secolare quercia si formò un nuovo borgo collinare, proprio l’ultimo prima di entrare in terra slovena. La prima cantina risale addirittura al 1726 e si situa proprio sotto l’enorme albero, ancora vivo e ben visibile e, anzi, classificato dalla Regione Friuli – Venezia Giulia come monumento naturale e quindi come elemento da tutelare. Le sue caratteristiche sono le seguenti: 15 metri di altezza, 4 metri di circonferenza e soprattutto oltre 200 anni di età; si tratta precisamente di una roverella, Quercus pubescens, specie amante delle zone assolate.

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Una delle sale del Circolo Vecchia Quercia, ambienti della ex cantina.

Questa antichissima cantina oggi ospita, guarda caso, il Circolo Vecchia Quercia, le cui parole d’ordine sono vino, arte, musica e cultura. Quella, invece, attualmente utilizzata si trova dall’altra parte della strada, mentre tutto il fabbricato che sovrasta la vecchia cantina e che si sviluppa attorno all’albero è del 1820. Nel 1870 cominciò, in un certo senso, a tutti gli effetti la storia vitienologica dell’azienda, in quanto pare che vi fu ricavata una ulteriore cantina sotterranea per incrementare i commerci con le terre allora ancora asburgiche; cantina nelle cui botti di legno finivano i mosti, appena pigiati nella tinaia soprastante, attraverso un intelligente e moderno sistema di aperture nel soffitto della cantina stessa, ancor’oggi apprezzabile.

 

Per quanto riguarda la produzione attuale, c’è da dire che, nonostante l’azienda rientri nella zona DOC Collio, Neda dal 2012 etichetta i suoi vini col l’IGT (Indicazione Geografica Tipica), marchio che identifica un vino con una area di produzione in genere ampia e che fa capo a un protocollo di produzione meno restrittivo rispetto ai DOC (Denominazione di Origine Controllata), in quanto questi ultimi devono sottostare a delle procedure produttive prefissate dal ministero, al di fuori delle quali il prodotto non può essere marchiato come DOC. Tuttavia il marchio non sta a significare in automatico che un DOC è certamente più di qualità rispetto a un IGT; è una questione di formalismi alla fine. Neda è dal 1988 che dirige la produzione, da quando cioè il patriarca Miro ci ha lasciati, prendendosi cura dei 18 ettari, talvolta molto vecchi, in cui si producono vini

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Grappoli del pregiato Picolit.

tradizionali di queste zone. Il bianco è più legato alle variazioni che si presentano da un’annata all’altra, mentre il rosso è più stabile nel tempo. Questi ultimi sono rappresentati dai classici Merlot e Cabernet Franc, mentre i bianchi, più numerosi, sono il Pinot Bianco, il Pinot Grigio, il Sauvignon, la Ribolla Gialla, il meno comune Traminer (originario dell’Alto Adige), il Chardonnay e il pregiato Picolit. Le botti di oggi sono tutte moderne e in acciaio, con un tempo di invecchiamento che va dall’uno ai due anni per i bianchi e dai due ai tre per i rossi, anche se non mancano degli esemplari speciali di bottiglie di 20 o 30 anni, riservate per le serate Jazz e Soul. I vigneti sono trattati biologicamente, anche se non sono stati certificati, e la densità è rada, con meno di 4500 piante per ettaro. La produzione annuale risente ovviamente molto delle condizioni meteo, con picchi ridotti per le annate protagoniste di grandinate o di notevole siccità, ma in ogni caso la produzione media è molto esigua, in quanto si parla di 40-50 quintali per ettaro. Il mercato di conseguenza è sostenuto principalmente da privati, appassionati di fiducia e visitatori, soprattutto da quando si è smesso di avere rapporti con importanti realtà di Venezia e Milano. Ma, in fondo, è proprio questa posizione di nicchia a rendere straordinariamente ricercato e speciale il vino di questa e di altre aziende del nostro territorio. Il discorso è sempre lo stesso: la qualità per prima e non la quantità. Così i vicini più interessati da questo piccolo ma prezioso mercato sono principalmente Trieste, l’Austria e la Germania.

 

Ma oltre al nettare dell’anima, che è il vino, c’è anche l’attività del circolo culturale: serate a base di musica, esposizioni di quadri, presentazioni di libri, incontri con personalità illustri o di cultura e serate gastronomiche per i soci. Il passaggio di giornalisti, artisti, scrittori e attori svoltosi in sordina riconferma come questo e luoghi simili non siano nati per il turismo di massa bensì per una clientela appassionata e veramente

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Dipinto che mostra l’edificio della Gradnik e la quercia secolare al centro del cortile.

consapevole delle ricchezze di questa terra, da cogliere in ogni loro sfumatura, come attraverso gli splendidi panorami godibili dalla terrazza. La visita alla Gradnik e a Plessiva in generale è consigliata a coloro che, magari all’ombra della grande quercia, vogliono coniugare la contemplazione di un paesaggio collinare sublime all’assaggio del frutto più ricercato e puro di queste terre, il vino.

 

Itinerari

Oltre ai sentieri già discussi per quanto riguarda il Bosco di Plessiva e gli itinerari che potete inventare a piacimento semplicemente girando per le colline, il Comune di Cormons ha ideato a proposto alcuni percorsi, da effettuare sia a piedi che in bici, che in auto, alla scoperta del suo territorio comunale, e uno di questi passa proprio per Plessiva. Si tratta in particolare, nella sua versione completa, di un vero e proprio giro ad anello, l’anello del Quarin, visto che Cormons rappresenta sia la partenza che la meta. Sono state tuttavia pensate due varianti, e solo una permette di effettuare il giro tutt’attorno al piccolo gruppo collinare del Quarin e del Mò. In ogni caso si parte da Cormons, si attraversa Brazzano, San Rocco e, come per arrivare all’ingresso nord del Bosco di Plessiva, si prosegue per la Provinciale 14 e poi per la strada che passa per la località Ca’ delle Vallade, esattamente nella piccola valle del Fidri, tra il nostro gruppo

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Uno degli itinerari pensati per il territorio cormonese; in questo caso si passa anche per Plessiva.

collinare e la zona di Trussio. Appena superato il primo ingresso al Parco, si entra e si percorrono poche centinaia di metri in Comune di Dolegna del Collio in località Cavezzo, per poi attraversare il Fidri, tornare in Comune di Cormons e giungere al valico di Plessiva. Quindi, dopo essere stati a un passo dall’entrare in Slovenia, e dopo magari averlo anche fatto già che si era, si torna verso sud attraversando Plessiva. Al bivio per l’altro ingresso al Parco, però, si può scegliere se raggiungere l’area naturalistica e attraversarla, per poi sbucare dalla parte di Ca’ delle Vallade e ritornare indietro per la strada iniziale, oppure proseguire verso sud per la Regionale 409, facendo magari una piccola deviazione per Novali, passare le località di Subida e Monte e rientrando quindi a Cormons da est. Naturalmente in questo caso si tratta del vero e proprio giro ad anello.

 

Una ulteriore possibilità di viaggio, che vale assolutamente la pena di segnalare, è quella relativa alla così detta Strada del Vino e delle Ciliegie. Nacque nel 1963 grazie all’intuizione dell’avvocato Michele Formentini, dell’omonima famiglia nobile proprietaria del Castello di San Floriano, che intendeva, tramite questa iniziativa, far conoscere le numerose aziende vitivinicole che stavano nascendo in tutto il Collio e che erano in gran parte escluse dai principali flussi di traffico. Oltre ai panorami delle vigne e dei frutteti e a un forte contatto con la natura, il percorso è anche scandito da agriturismi e trattorie come punti di ristoro, all’insegna ferrea “Botteghe del Collio”. In questo tragitto del gusto e del paesaggio, che abbraccia quasi completamente il Collio friulano e che ha i suoi estremi nel centro di Gorizia da una parte e in Dolegna del Collio dall’altra, Plessiva viene attraversata in pieno, con anche la deviazione per il bosco verso l’ingresso sud. Le aziende di Plessiva direttamente toccate da questo lungo e coinvolgente itinerario sono in ordine di incontro: la Branko, la Toros, la Polencic Ferdinando e Aldo, la Polencic Isidoro, la Anzelin e la Gradnik Eredi, già ampiamente presentata. Quelle, invece, che non sono lambite ma che vanno a completare il panorama vinicolo delle 11 aziende di Plessiva

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Esempi di vini della Gradnik, toccata dalla Strada del Vino e delle Ciliegie.

sono: la Renato Keber, la Edi Keber, la Blazic, la Ronco di Zegla e la Colle Duga. Non poche e stimolanti risultano nel complesso le possibilità di scoperta di questa porzione di Collio, che va comunque intesa sempre come parte di un insieme più ampio e interconnesso nelle sue varie componenti e mai come una realtà a sé stante e isolata. Dunque buon viaggio a Plessiva!

 

Fonti principali

 

NB: tutte le immagini sono prese dal web, tranne quella contrassegnata col nome dell’autore

Enrico Rossi

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Un pensiero su “Il Collio di Plessiva

  1. Viviana Alessia ha detto:

    Il Collio è da sempre il territorio per eccellenza del vino, nella incredibilmente variegata terra del Friuli Venezia Giulia. Tuttavia la dolce bellezza del Collo merita una menzione peculiare. Crinali e pianori bellissimi che sovrastano pendii spettacolari e dolci vallate. Incredibili casolari rustici che vivono ancora una vita propria raccolta attorno al grande spolert che riscalda l’ ampia cucina. E, nella parte nord della magione, la preziosa cantina dove luccicano le moderne botti in acciaio piene di vini i cui nomi sono noti in tutti i paesi del nostro mondo. Chi lo direbbe che anche da quelle sconosciute case dall’ aspetto quasi abbandonato escono le bottiglie richieste nei pregiati ristoranti newyorkesi, londinesi, parigini, moscoviti, di Shanghai, Canton, Pechino, fino Al Cairo, a Marrakech, e in tante altre terre? Il nostro Collo è un diamante forse ancora tutto da riscoprire nei suoi valori paesaggistici. Pianori di smeraldo, boschi per le antiche favole, vecchie masserie , incredibili strade che s’ inerpicano testarde fin sui cucuzzoli che guardano solitari un’ ampiezza di paesaggio dolcissimo dandoti il senso dell’ esistenza di quel paradiso che dicono ci attenda nell’ eternità. Il Collo lo vado a ripercorrere almeno una volta all’ anno, in stagioni diverse. Emana un fascino inatteso ed intenso in ogni periodo, un fascino che ti fa sentire già parte del paradiso, ti fa ritrovare il senso di un mistero svelato: la comunione profonda fra l’essere e l’ universo, fra l’ individuo e tutti coloro che sono passati, vivono, verranno.

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