Il Mulino di Gàspar

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In un territorio così avido di acqua, come è l’Alto Friuli, ogni fonte di questo elemento in passato era più che preziosa e capace di sostentare l’economia di intere famiglie e borghi. La montagna non faceva eccezione, ed una delle attività che più caratterizzavano le nostre campagne era quella legata al mulino. A Cavazzo si trova attualmente l’unico mulino conservatosi integralmente nel Comune e il meglio tenuto dell’intera Val del Lago.

È chiamato Mulin di Gàspar, dal mulinâr Gaspare Brunetti, ultimo detentore dell’attività. Ma cosa ci può raccontare della sua storia? Tutto ciò che noi siamo in grado di ricavare non proviene da fonti scritte, in quanto non esistono documenti che registrino i fatti relativi alla storia della costruzione o dei precedenti proprietari. Ci si può affidare solo a fonti orali, tramandate da una generazione all’altra, e ciò contribuisce ad avvolgere con un’aura di mistero questo mulino. La sua realizzazione è stata comunque fatta risalire al XVII secolo, e si narra che fino all’Ottocento fosse una delle poche costruzioni dell’attuale Borc di Cjaluçac, nella parte occidentale di Cavazzo e a nord del Rio Faeit. Infatti il grosso del paese era posizionato sul piccolo altipiano in località Douz”, ossia il colle di circa 450 m slm che per primo si incontra sulla destra uscendo dal paese e risalendo il Faeit.

Dai sommarioni dei catasti napoleonico e austriaco sappiamo con sicurezza che nel Comune carnico nel 1813 non c’era solo questa ma ben trecase coperte di paglia con molino da grano”, uno dei quali dotato di due ruote. Alla fine dell’800 la proprietà era condivisa da due famiglie che si erano unite in società: i “Nedalon” e i Brunetti. La chiave del mulino era naturalmente in comune ma entrambe potevano servirsene per tre giorni ciascuna alla settimana, mentre per le macine ognuno utilizzava la propria. Il 29 giugno, in occasione della Festa di San Pietro, la roggia veniva prosciugata e la sorella di Gaspare ricorda che i ragazzi di Cavazzo si alzavano apposta presto quella mattina per andare a prendere i pesci che rimanevano intrappolati nel letto fangoso. Nel 1930 la ruota, che prima era lignea, fu sostituita con una di ferro in quanto la prima risultava troppo usurata, mentre pure di legno è sempre stata la maggior parte degli ingranaggi interni.

Nel 1964, dopo che era ormai rimasto l’ultimo mulino attivo, cessò anche la sua opera in quanto la falda idrica si era irrimediabilmente abbassata, prosciugando quasi del tutto la roggia. Infatti, a monte della derivazione sotterranea della roggia, dal Tagliamento si era cominciato a prelevare una significativa quantità d’acqua come fonte di energia idro-elettrica. Dopo essere stato restaurato varie volte nel corso della sua storia, fu ricostruito anche nelle parti meccaniche in seguito al sisma del ’76, che lo lesionò gravemente. Attualmente appartiene al figlio di Gaspare, Nevillo, che ha potuto assistere il 25 giugno 2011 a un evento davvero memorabile. Quel giorno, infatti, per la prima volta dal lontano 1964, è stato rimesso in funzione il mulino, anche se solo per una dimostrazione. In seguito alle operazioni di regimentazione del corso d’acqua degli anni precedenti e alle dovute pulizie e sistemazioni, un gruppo di volenterosi paesani ha reso possibile questo ritorno al passato. Esso, assieme alla riscoperta del tradizionale prosciugamento nel giorno di San Pietro, ha reso nuovamente più ricca la cultura del paese nel presente. Quello stesso giorno, una volta terminata la pulizia della roggia, si è anche provato a macinare il grano, proprio come avveniva fino ai tempi di Gàspar.

Per giungere al mulino basta arrivare in Via Roma e prestare attenzione al suo lato sud, in quanto l’edificio è nascosto dalle abitazioni e a segnalarlo dalla strada c’è solo un piccolo cartello con freccia. Dopo pochissimo comparirà la struttura, dalla muratura in pietra, e ai suoi piedi il corso del canale, chiamato guarda caso Roggia Molini, che si diparte dal vicino Tagliamento per poi confluire nel Faeit a sud-est del paese. Per la sua preziosa testimonianza storica è riconosciuto come sito antropico all’interno del complesso di siti dell’Ecomuseo della Val del Lago.

 Foto da: ecomoseovaldellago.it

Fonti principali:

Enrico Rossi

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