Col di Zuca: l’eredità aquileiese in Carnia

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Esiste una strettoia molto accentuata del Tagliamento tra la piana di Villa Santina e Invillino da una parte e località Viertide, alle pendici del Lovinzola, dall’altra. Presso il ponte che congiunge le due sponde si trova il piccolo e ottocentesco Santuario della Madonna del Ponte, ben in evidenza proprio sulla riva sinistra del fiume. Ma esso non è che l’ultimo arrivato all’interno del panorama storico del così detto Col di Zuca (o Cuel di Cjucje), dolce e poco evidente rilievo ai cui piedi sorge lo stesso santuario. Anche se più isolato dell’altro colle di Invillino, il più elevato Col Santino, la sommità ad altipiano del Col di Zuca conserva un tesoro inestimabile.

Tra il 1972 e il ’74 un’equipe di archeologi dell’Università di Monaco di Baviera, guidata dai professori Werner e Bierbrauer, ha riportato alla luce un complesso tardo-antico costituito dalle fondamenta di due chiese e da una vasca battesimale. Uno dei due edifici di culto sarebbe stata una basilica a pianta rettangolare, 28 x 14,90 m, e priva di abside, risalente al IV – V secolo, epoca paleocristiana. Le murature perimetrali, di 60 cm di spessore, sono state montate seguendo la tecnica della spina di pesce, che ritroviamo poi, tra gli altri, anche nella celeberrima cupola del Brunelleschi. In particolare è stata individuata l’area dell’altare, dotata di un rialzo semicircolare e del presbiterio quadrato, il settore riservato al clero. La pavimentazione è di tipo musivo, con tessere policrome e organizzate in motivi curvilinei, geometrici e floreali. Non solo questo genere di pavimentazione non si riscontra neanche nel sito di Zuglio, ma i motivi qui riprodotti sono incredibilmente simili a quelli presenti nella Basilica di Aquileia. In particolare la presenza del così detto Nodo di Salomone rappresenta una diretta continuità con la nota basilica madre del Cristianesimo in Friuli. È stato anche appurato che le varie tessere sono state ricavate da diversi materiali: pietra naturale, pasta vitrea, terracotta, marmo e madreperla.

La seconda chiesa, di 17,30 x 7,20 m, fu letteralmente realizzata sopra la prima, più grande, in quanto questa fu distrutta da un incendio al tempo delle invasioni barbariche e quindi smantellata nel VI secolo. La seconda, dotata di abside, ne prese il posto tra questo secolo e quello successivo, venendo più volte modificata e ampliata. Fu quindi utilizzata sia dai Longobardi che dai Franchi, conservandosi sino al IX secolo. La sua decadenza e rovina è da imputarsi alla decisione di trasferire sull’altro colle, il Col Santino, le attività di culto. Lì, infatti, troviamo ancora oggi perfettamente funzionante la Pieve di Santa Maria Maddalena, una delle undici storiche pievi carniche e originaria del VI – VII secolo.

Durante la campagna di scavi del ‘72 furono anche rinvenute tre fibule, un orecchino, uno spillone, tutti in bronzo, e un pomo di spata in acciaio. Anche se tutti questi reperti sono stati collocati in un periodo compreso tra il V e il VII secolo, quindi nell’età barbarico-longobarda, i resti più antichi rinvenuti nel sito risalgono al I secolo d.C. La prova evidente della presenza romana presso questi capisaldi strategici naturali, e confermata anche sul Col Santino per quanto riguarda questo medesimo secolo, il più antico. Fu anche verificato come il Col di Zuca fosse servito al seppellimento dei morti delle popolazioni dei dintorni. Passata l’epoca romana, entrambi i colli non poterono quindi che essere interessati dalla manifestazione del culto cristiano. Infatti, data la loro ubicazione, esso qui ebbe modo di scrivere alcuni dei primi capitoli di storia della Carnia all’avvento di questa nuova religione nelle sue terre. Gli studi sul Col di Zuca sono tutt’altro che terminati, anche se l’area principale, quella della chiesa, è coperta da una tettoia di ferro e plexiglas.

Il sito è completamente visitabile e raggiungibile da tre direttrici: venendo da Invillino, da Villa Santina (capoluogo comunale) e da Verzegnis. Poco prima di oltrepassare il ponte da nord, ci si imbatterà in un sentiero che subito si biforca: il ramo di sinistra porta al vicinissimo santuario sopra citato, l’altro al sito archeologico del colle, comunque segnalato da evidenti cartelli.

Foto da: mapio.net

Fonti principali:

Enrico Rossi

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