Il ponte romano della Mainizza

Introduzione

Quando in epoca romana Gorizia non esisteva ancora, i ponti che attraversavano l’Isonzo in quella zona non potevano, quindi, essere quelli di Lucinico o di Salcano, tantomeno quello dell’autostrada. Ma fu proprio nelle immediate vicinanze di quest’ultimo che il formidabile e diffuso apparato viario romano lasciò una traccia inconfondibile della sua esistenza. Siamo esattamente a metà strada tra Gorizia e Gradisca e di fronte a Savogna, sulla sponda destra dell’Isonzo, Sontium o Aesontium per i Romani; la località è quella della Mainizza, borgo campestre da un’ottantina di abitanti in Comune di Farra. Proprio qui, circa 800 metri a monte dell’inserzione del Vipacco, la Via Gemina, sviluppatasi da Aquileia, oltrepassava il fiume e si dirigeva verso Julia Emona, l’odierna Lubiana, attraverso Aidussina, il Passo di Piro e Nauporto, queste ultime tutte località della Slovenia. È stato appurato che la strada di campagna che oltre il fiume procede verso Savogna ricalcherebbe il tracciato di quell’arteria romana. Il punto in cui poi sorgerà il piccolo villaggio di Mainizza prendeva scontatamente il nome di Pons Sontii, punto d’incontro anche di un altro braccio, che da lì raggiungeva Cormoncs, il nostro Cormons, e poi Forum Iulii, Cividale. Da questo aspetto deriverebbe il nome stesso del villaggio, ossia da “maine”, in friulano un tempietto classicamente collocato su un trivio. Quindi il toponimo sloveno “Mainica” e infine l’italianizzazione in “Mainizza”. Secoli prima che prendesse corpo il concetto di Gorizia come città di confine e, quindi, ponte tra il mondo latino da una parte e quelli germanico e slavo dall’altra, già si può parlare di contatto tra ovest ed est senza paura di anacronismi. Ricordiamo, infatti, come il confine della X Regio Venetia et Histria, ossia la regione italica più nord-orientale tra le 11 fondate da Augusto attorno al 7 d.C., fosse poche decine di chilometri più a est. Quindi, se Aquileia rappresentava il potente caposaldo di partenza per le avanzate verso le terre danubiane, il Pons Sontii era il vettore che proiettava la romanità verso i territori barbarici. Sui ritrovamenti, le vicende e le teorie riguardo questo ponte del mondo che fu ora ci dilungheremo con vari approfondimenti, cercando di toccare uno per uno tutti i nodi principali. Il viaggio alla scoperta del primo grande e importante ponte sull’Isonzo comincia; buona lettura!

 

I ritrovamenti

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Resti di piloni del ponte romano durante uno dei periodi di magra dell’Isonzo.

Essendo l’antica struttura completamente crollata, il rinvenimento dei suoi resti non sarebbe possibile senza i vari periodi di magra dell’Isonzo, che permettono di scendere nel suo letto e studiare accuratamente ciò che secoli di avvenimenti storici e di erosione naturale hanno lasciato. Va detto che almeno già dalla metà del ‘600 si era a conoscenza di quei resti antichi, anche se le prime pietre documentate sono state scoperte nell’Ottocento. Di notevole interesse risulta essere il blocco lapideo con un bassorilievo raffigurante proprio il Dio Isonzo, poggiante su una roccia e intento a reggere un’anfora dalla quale sgorga dell’acqua; immagine che richiama all’origine montana del fiume. È stato scoperto nel 1882, murato sulla Chiesetta della Nostra Signora del Sacro Cuore del borgo, andata distrutta durante la Grande Guerra e poi ricostruita, che troviamo tra il paesino e il corso d’acqua. Nel 1923, proprio in mezzo alle rovine di questa chiesa, fu fortuitamente rinvenuta una pietra di carattere votivo, una piccola ara in pratica, datata fine II secolo – inizio III secolo d.C. Su di essa vi è un’epigrafe con la dedica del primipilo (il centurione dal rango più alto) L. Barbio Montano al fiume, venerato come un dio, Aesontius, che la rende la più antica testimonianza a noi nota del nome latino di questo fiume. Il nome sembra derivare da quello celtico Eson”, latinizzato poi dai Romani, mentre il significativo reperto è attualmente conservato presso il Museo Archeologico di Aquileia, così come il primo menzionato.

 

È nel corso del Novecento che sono stati effettuati i prelievi massicci di reperti che tutt’ora sono conservati in diversi siti, non solo musei. Negli anni ’60, per esempio, furono recuperati direttamente dal greto del fiume, presso Savogna, cippi funerari e arette votive, ora non visibili in una struttura museale ma ammassati in uno scantinato di Palazzo Attems, a Gorizia. Tuttavia non fu solo il fiume a restituire le testimonianze del passato; bastarono degli scavi sulle sue sponde, vicino la chiesetta, per appurare come oltre al ponte ci fosse ben altro, come sottolineeremo con cura più avanti. Sono degli anni ’30, infatti, gli scavi che riportarono alla luce le fondamenta di un grosso edificio e di altri minori tutt’attorno, oltre a varie monete, un frammento di mosaico e un tubo d’acquedotto. Nel gennaio e nel febbraio del 2003, anno, come ricorderanno tutti, caratterizzato da una estate torrida e in

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Mappa raffigurante il sistema viario romano passante per il Friuli. In rosso il nome di Farra, presso cui si trovava il ponte della Mainizza e passava la Via Gemina.

cui, ad agosto, l’Isonzo era ridotto a un rigagnolo che si perdeva nelle ghiaie poco oltre Gorizia, ci fu un’altra ondata di ritrovamenti su segnalazione degli stessi abitanti di Mainizza, che avevano provveduto ad avvisare il sindaco di Farra e la Soprintendenza alle Antichità di Trieste. Si è proceduto con ruspe e trattori per estrarre alcuni blocchi squadrati recanti bassorilievi ed iscrizioni latine, per poi collocare i beni presso un recinto a ridosso della chiesetta. Ma è di pochi anni fa l’ultimo sensazionale episodio che ha visto protagoniste ancora una volta le pietre romane del sito. Era il settembre del 2012 quando gli studi archeologici svolti dalle ditte ArcheoTest e Petra, sotto la direzione dell’archeologa Tiziana Cividini e del funzionario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Regione Angelina De Laurenzi, furono concentrati sempre all’altezza della chiesetta della Mainizza, ma verso Savogna, nei confronti del basamento di uno dei piloni del ponte romano. I suoi blocchi poterono quindi essere approfonditamente analizzati, grazie a un altro periodo di notevole siccità estiva. Nonostante il complesso dei blocchi si presentasse conservato parzialmente anche nella sua dimensione verticale, risultava coperto da uno strato non indifferente di ghiaia e ovviamente particolarmente levigato da un flusso di corrente quasi continuo per due millenni. Il pilone risulta essere di forma rettangolare, per 9 metri di lunghezza e 4,5 di larghezza, e composto da una serie di blocchi squadrati. Ma c’è di più: oltre al materiale lapideo, infatti, si ebbe riscontro anche di una serie di pali di legno fissati verticalmente, presumibilmente per mantenere al loro posto le pietre o come una sorta di armatura durante l’edificazione del ponte. Questi pali risultano, infatti, collocarsi tutt’attorno al perimetro del basamento. Le indagini farebbero anche pensare alla presenza sul lato nord, ossia quello investito dalla corrente, di un rostro o comunque una barriera frangiflutti. Unendo i dati acquisiti con quelli derivati dai ritrovamenti tra il ’63 e il 2003, si arrivò a stimare la lunghezza del ponte sull’Isonzo in circa 200 metri e la presenza di 11 piloni, nel caso le arcate fossero state uguali tra loro. In primavera il ricercatore goriziano Riccardo Cecovini notò quello che sembrava un tratto dell’antica strada, a circa 100 metri dalla chiesetta; si trattava di una striscia bianca di pietre emergente in un campo appena arato.

 

Purtroppo, però, c’è anche da dire che lo stato di conservazione attuale del sito è andato via-via deteriorandosi, e a riguardo riportiamo il giudizio che l’architetto Giuseppe Cej

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Il blocco lapideo col bassorilievo del Dio Isonzo, rinvenuto nel 1882. Ora si trova al Museo Archeologico di Aquileia.

diede sempre in quel 2012: “Approfittando della magra del fiume nel marzo scorso sono andato di nuovo in quel luogo affascinante a rivedere i resti del ponte. Quale sorpresa! Al posto del ponte un lungo argine di ghiaia, un ghiaione. L’argine è stato costruito a monte del raccordo autostradale Villesse-Gorizia con notevole accumulo di materiale. La sua costruzione ha modificato sensibilmente il greto del fiume, purtroppo, oltre al sito dell’antico ponte. Del ponte ahimè nessuna traccia. Dal ghiaione spuntano oggi alcuni pezzi dimenticati di pietra carsica di un bellissimo calcare bianco, lavorati e sagomati, con evidenti segni lasciati dal lavoro di una benna, ultimi resti dell’imponente opera. Il sito dove giacevano i resti dell’imponente ponte risulta devastato. Chi ha provocato questo disastro? Chi era ed è preposto al controllo ed alla vigilanza? E poi, i lavori in corso del raddoppio del raccordo autostradale Villesse-Gorizia ha sicuramente incrociato il tracciato dell’antica strada. Non oso pensare che da parte di chi di dovere non vi stata un’opera di tracciatura e documentazione dell’antica strada”. La riposta al Cej arrivò direttamente dalla dott. Paola Ventura, funzionario della Soprintendenza ai Beni Archeologici del FVG e direttore del Museo Archeologico di Aquileia: “Pur non avendo, al momento, informazioni diverse che rilevino interventi distruttivi, la soprintendenza procederà, nell’immediato, ad un sopralluogo per la verifica dello stato dell’importante sito archeologico, certa, comunque, che non esiste alcuna interferenza tra il ponte della Mainizza e i lavori per il raddoppio del raccordo Villesse-Gorizia”. Nonostante queste rassicurazioni, appariva comunque evidente il fatto che in quella primavera non ci fosse più traccia dei basamenti dei tre piloni riaffiorati nel 2003 presso la sponda di destra. Qualche mese dopo, a settembre, ricordiamo come fu, invece, portato allo scoperto un altro pilone, grazie anche alla collaborazione della ditta impegnata nei lavori dell’autostrada.

 

Il ponte

Con una tale mole di indizi raccolti e osservabili in loco, certamente le ricostruzioni del manufatto non possono che essere di volta in volta più precise e accurate. Tuttavia, ancora prima di considerare le conclusioni a cui sono giunti gli studiosi, vale la pena ricordare come una prima descrizione del ponte possiamo averla direttamente dalla testimonianza dello storico greco Erodiano (170 – 250). Egli nel 238 d.C. scrisse che si trattava di un’ “opera di grande pregio, imponente, fatta costruire dai primi imperatori da pietre squadrate e ad arcate che andavano aumentando di dimensioni”. Le pietre per il loro candore, ricordato sopra anche dal Cej, probabilmente provenivano dalle cave di Aurisina. Punto di passaggio obbligato se pensiamo che sino alla fine dell’800, ossia fino a quando non furono costruiti gli sbarramenti montani, l’impetuosità delle acque dell’Isonzo permetteva di guadarlo solo nella sua parte terminale, ove la velocità era più ridotta per via dei depositi fluviali. E proprio a partire da questo breve ma prezioso frammento l’illustratore capo della Soprintendenza alle Antichità Giusto Almerigogna realizzò un disegno, pubblicato per il libro “Le strade di Aquileia”, della Degrassi, e poi colorato e arricchito per la rivista “Isonzo Soča”. Egli, tenendo conto, oltre che della precedente descrizione, della larghezza del fiume in quel punto e della tipologia classica del ponte romano di epoca imperiale, disegnò quattro arcate, due maggiori al centro e due più ridotte ai lati. I dettagli riscontrati sul campo confermano poi il livello di elevata sofisticatezza raggiunto dall’ingegneria romana, tanto che i residui di calcestruzzo sono stati interpretati dal geometra Adriano Cusulini come la dimostrazione di una struttura appuntita per fendere la corrente, mentre gli affossamenti, alcuni presentanti ancora delle tracce di piombo colato, sulla superficie dei blocchi sarebbero serviti per sistemare gli

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La porzione della Tabula Peutingeriana raffigurante la zona di Aquileia. Esattamente a nord-est di essa è segnato il “Pons Sontii”.

ammorsamenti. Riguardo la collocazione di pali lignei, che poi si sono conservati sott’acqua per secoli, millenni (anche in periodi di magra i pali non emergono dall’acqua), il Cusulini ipotizza l’utilizzo del rovere, legno molto resistente anche in ambiente sommerso.

 

Il sito, però, presenta anche un aspetto che potrebbe creare confusione, in quanto sono visibili, proprio a pochi metri dall’autostrada, altri resti, ma questa volta di una diga di epoca molto più recente dell’opera viaria romana. Anche di essa sono rimasti blocchi di pietra e pali di legno, e serviva a deviare parte del flusso in un canale comunque di interesse storico. Si trattava, infatti, della Roggia dei Mulini, ancora esistente, già rintracciabile nelle mappe nell’ambito della Guerra di Gradisca (1615 – 1617) e sboccante nell’Isonzo a Gradisca. La posizione esatta del ponte, tra l’altro, fu confermata soltanto in seguito ai rilevamenti, anche fotografici, effettuati nel 1963 e nel 1985, con due periodi di magra eccezionali, anche se già nell’800 si era ipotizzata la collocazione poi rivelatasi corretta.

 

Il nostro Pons Sontii rimase strategicamente di primaria importanza fino all’Alto Medioevo, per poi venire declassato e andare in rovina definitivamente a causa della comparsa di un altro ponte più a monte, presso quello che stava diventando il centro di riferimento di tutta l’area isontina, la città di Gorizia. È giunta sino a noi anche una testimonianza grafica, non solo quella verbale di Erodiano; essa è data dalla Tabula Peutingeriana, la più antica carta stradale dell’epoca romana pervenuta sino ai giorni nostri, anche se a noi rimane la copia medievale del documento, in origine probabilmente creato da Marco Agrippa. Raffigura il sistema viario tra Tirreno e Adriatico e si legge la dicitura “Pons Sontii” sopra la strada che, invece, passato il Timavo, portava a Tergeste, cioè Trieste.

 

La “mansio

Tuttavia al Pons Sontii non avremmo incontrato solamente un pons. Il rinvenimento di cippi funerari non può che ricondurre alla presenza di un complesso di edifici stabile sul posto, di fatto un piccolo insediamento, posto sulla sponda destra dell’Isonzo. L’importanza strategica per nulla indifferente del ponte stesso prevedeva, infatti, l’installazione di alcune costruzioni specializzate per i soldati di guardia, per i civili addetti ai servizi e anche per i coloni. Il geografo Giorgio Valussi (1930 – 1990) ha ribadito l’importanza dei siti in cui il fiume poteva essere più facilmente attraversato o a cui si arrivava risalendolo, in quanto erano quelli che si rivelavano più favorevoli allo sviluppo di centri abitati con un certo ruolo, sia militare che commerciale. Presso il ponte si sviluppò quindi un indispensabile presidio militare, probabilmente una dogana, una necropoli, una stazione di posta per la sosta dei viandanti e i corrieri: la “mansio”. Gli scavi già citati degli anni ’30 confermarono come l’organizzazione di questa stazione non fosse lasciata al caso ma, anzi, fosse ben curata e dotata di confortevoli servizi. In particolare sembrerebbe proprio che l’edificio maggiore altro non fosse che un impianto termale, data la presenza di tre grosse nicchie semicircolari identificate come il frigidarium, il calidarium e il tepidarium, ossia le tre sale dotate di acqua rispettivamente fredda, calda e raffreddata da quella calda, quindi tiepida (i nomi lo suggeriscono). L’insediamento doveva essersi sviluppato attorno alla stazione di posta, e tra il I e il II secolo d.C. doveva vivere in un certo benessere, dato il ritrovamento anche di monumenti di buona qualità e per lo stazionamento di funzionari, forse operanti proprio per la “mansio” e la corretta fruizione del ponte.

 

Avvenimenti storici

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Busto dell’Imperatore Massimino il Trace, che a stento passò l’Isonzo per poi venire assassinato presso Aquileia nel 238 d.C.

Se il sito non dovesse già essere più che interessante di per sé, c’è anche da ricordare come fu anche protagonista di varie vicende storiche; talune hanno lasciato un segno nella storia europea. Intanto si deve pensare che sicuramente, nella loro calata in Italia, sia gli Unni di Attila che i Longobardi di Alboino abbiano usufruito del solido ponte per passare l’Isonzo, ma, oltre ai semplici, seppur emblematici, attraversamenti della storia, ci furono anche avvenimenti militari. Il primo che coinvolse il Pons Sontii, e di cui ci parla sempre Erodiano, contribuì alla disfatta dell’Imperatore Massimino il Trace, proclamato imperatore dai suoi uomini in Pannonia e sceso in Italia nel 238. La sua nomina era, però, mal sopportata sia dal Senato di Roma sia dalla guarnigione di Aquileia. Massimino avrebbe voluto conquistarla per togliersi questa spina dal fianco, ma gli aquileiesi giocarono d’anticipo, distruggendo preventivamente il Pons Sontii e privando, così, l’esercito di Massimino di un sicuro e agevole passaggio sul fiume. Erodiano non cita il nome del fiume ma appare evidente che si fosse trattato dell’Isonzo, descritto come ingrossato per via delle nevi che si stavano sciogliendo. Nel disperato tentativo di guadarlo, molti suoi soldati morirono annegati. Intanto che l’imperatore perse tempo a far gettare, su suggerimento dei suoi ingegneri, un ponte di botti di vino requisite dai contadini dei dintorni, Aquileia ebbe tutto il tempo necessario per rafforzare le difese, e così, una volta giunto alle porte della città, non potè fare altro che cominciare un estenuante assedio. Provati dai sacrifici e da una ferrea disciplina, i suoi soldati si ribellarono e lo uccisero proprio sotto le mura di Aquileia.

 

Per quanto riguarda la ricostruzione del ponte, gli studiosi pensano che in realtà fossero stati usati proprio quei cippi e quelle arette votive ritrovati dall’800 a oggi un po’ ovunque nel sito. Pare che, proprio per risparmiare tempo e finanze, fossero stati reimpiegati per la nuova costruzione quei materiali recuperati dalle vicine necropoli. Interessante notare come in questo caso ciò che determinò le sorti di quello scontro non fu l’utilizzo ma, al contrario, il non utilizzo del ponte.

 

Il secondo avvenimento fu forse ancora più cruciale per la storia italiana, in quanto vide il primo violentissimo scontro tra Odoacre, Re degli Eruli, colui che aveva deposto l’ultimo imperatore romano Romolo Augusto, e Teodorico, Re degli Ostrogoti, che cercava di impossessarsi delle terre italiche su ordine dell’Imperatore d’Oriente Zenone. Il 28 agosto del 489, proprio presso il ponte sull’Isonzo, ove Odoacre aveva sistemato le sue difese, i due eserciti si scontrarono, portando alla sconfitta di Odoacre. Lo scontro non fu, però, decisivo in quanto egli fu eliminato di scena solo nel 493, anche se contribuì a indebolire il Re degli Eruli. Nacque così il Regno Ostrogoto. Le cronache dell’ingresso in Italia di Teodorico e dello scontro tra i due re barbarici, scritte dallo storico romano Cassiodoro (485 – 580), sono importanti anche perché è la prima volta in cui compare il nome dell’Isonzo in un documento ufficiale, prima di allora riportato solo nella Tabula Peutingeriana.

 

La proposta del museo

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I due re barbarici a confronto, Odoacre e Teodorico, in un’immagine delle “Cronache di Norimberga”, XV secolo.

Dopo tutti questi ritrovamenti, studi, ipotesi, constatazioni l’opera di valorizzazione a che punto è? Purtroppo non è per nulla buona. Mancano completamente i riferimenti all’antica presenza del ponte romano sia dalla parte di Mainizza che da quella di Savogna; non un cartello, non una indicazione, neppure sul cartellone della Provincia che descrive la chiesetta della Mainizza. In questo modo il turista che vi giunge troverà informazioni soltanto sull’edificio religioso e nessun appiglio ai reperti romani, che pure continuano a trovarsi in parte subito all’esterno della chiesa, o alle campagne di scavo e di ricerca operate nel corso degli anni. Ecco il parere dello studioso Luciano Bosio: “Chi passa per questi luoghi non riesce certo a cogliere il segno di tanti eventi se si ferma alla piccola borgata della Mainizza, dove però rimane ancora il nome di Via del ponte romano alla strada che porta al fiume, nel cui letto, coperto dalle ghiaie e dalle acque giace quanto rimane del Pons Sontii. Ed è triste che solamente pochissimi, quelli addetti ai lavori, sappiano di questo luogo”. Nonostante la caparbietà dimostrata dagli abitanti di Mainizza nel chiedere e ottenere di conservare presso la chiesetta i resti da loro scoperti, ci vorrebbe un ulteriore e deciso passo in avanti.

 

È proprio dalle pagine della rivista “Isonzo Soča”, precisamente attraverso la penna di Dario Stasi, che è sgusciata fuori la proposta della creazione di un museo del ponte romano proprio a Mainizza, nel sito della vecchia “mansio”. Tristemente emblematico è pensare che molti dei reperti recuperati giacciano, senza alcuna possibilità di essere visti da nessuno, negli scantinati del già citato palazzo goriziano oppure persi nella miriade di altro materiale nel Museo di Aquileia, che, proprio a causa del suo enorme e invidiabile assortimento, non permette di porre in giusto risalto i due importanti reperti ivi conservati, quello del 1882 e quello del 1923. Far nascere un museo in loco e corredarlo non solo coi vari reperti ma anche con mappe, ricostruzioni, spiegazioni sul ruolo e la storia del ponte, del relativo insediamento e anche della Via Gemina porterebbe non solo a un arricchimento culturale dei turisti e degli abitanti del posto ma anche a una valorizzazione dell’intera area del basso isontino, valorizzazione che si sommerebbe a quelle già ampiamente in atto per quanto riguarda altri ambiti, come quello della Grande Guerra. Così si abbraccerebbero i secoli, dall’antichità al Novecento, e si farebbero scoprire territori apparentemente privi di interesse e attrazioni, fuori dai centri più famosi e visitati come Gorizia e Gradisca. L’iniziativa è stata presa in considerazione dal sindaco di Farra Maurizio Fabbro, che vorrebbe coinvolgere anche Gorizia e Savogna. Vedremo!

 

Fonti principali

 

NB: tutte le immagini sono tratte dal web

Enrico Rossi

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Un pensiero su “Il ponte romano della Mainizza

  1. Viviana Alessia ha detto:

    Un capolavoro di analisi e documentazione storiche! Non resta che chiedersi come mai si rincorra da innumerevoli anni la costruzione del ponte di Messina ( è così suggestiva la traversata in traghetto! ) e non ci si decida a restituire alla nostra terra, ricca di storia e testimonianze storiche, le vestigia che le appartengono. Siamo stati il passo per tutti i popoli che dalle più lontane lande del continente europeo sono entrati nella penisola. Siamo ” Gli ultimi” del capolavoro di Padre Davide Maria Turoldo solo perché siamo sempre stati gli ultimi a chiedere il dovuto. E troppo spesso non abbiamo chiesto. Abbiamo falciato con le mani callose abbrunite dal sole cocente, abbiamo vegliato la gemma su ogni seme sparpagliato su questa dura terra, l’ abbiamo dissetata liberando l’ acqua dei canali nel cuore delle brevi notti estive e a mano abbiamo levato dai campi di grano e granoturco la gramigna avida. Il fatto che il nostro primo grande cantore della friulanita’ abbia mostrato al mondo intero tutta la peculiarità della nostra cultura di origine contadina e rurale, custode attenta di valori morali, civili ed etici, fa di noi friulani il popolo baluardo della Patria. E siamo, senz’ ombra di dubbio, proprio per la nostra allocazione geografica il popolo dell’ inclusione per eccellenza: quante donne di questa terra bella e martoriata hanno concepito nella bruta violenza dei conquistatori e delle truppe di passaggio verso le ricche città più a sud nella penisola? Infinite. Li hanno cresciuti e amati lo stesso quei figli nati nell’ orrore. Sono noti ovunque l’ antica forza d’ animo, lo spirito di sacrificio delle donne friulane e l’ infinita, paziente saggezza degli antichi padri di questa piccola patria tutta speciale. Nulla e nessuno ha fatto chinare per vergogna e sconfitta il volto fiero di donne e uomini leggendari nel mondo. Anche dal male può nascere il bene. I friulani l’ hanno sempre capito. Oggi, se ci osserviamo fra noi, troviamo i volti bruni e i capelli corvini dei turchi, le pelli chiare, lentigginose e i bellissimi capelli ramati dei longobardi, gli occhi nerissimi, leggermente a mandorla delle popolazioni provenienti da oltre gli Urali, gli incredibili occhi verdi e i lineamenti particolari delle popolazioni provenienti dagli altipiani iraniani, i nipoti e pronipoti degli ultimi invasori cosacchi. Siamo tutti qui su questo fazzoletto di terra. Viviamo senza pensare che i nostri geni sono diversi da un paese all’ altro, da una casa all’ altra. Non ci interessa. Non ci appartiene la categoria, invero risibile, della ” diversità “. Qui siamo tutti diversi e stiamo bene nelle nostre innumerevoli diversita’. Ci interessa la nostra terra: unica, ospitale, variegata come nessun’ altra, le belle montagne blu che la racchiudono incoronandola, i cieli azzurri che sconfinano a perdita d’ occhio fino al mare in cui annega il fuoco del tramonto . E’ una terra che ti si abbarbica all’ anima se la lasci : la pensi di giorno sotto i cieli plumbei e grevi di altri paesi e di notte sogni le lucciole di maggio, il frinire incessante delle cicale di luglio, il canto dei grilli fino all’ accendersi delle stelle. gli inebrianti profumi notturni delle erbe appena falciate, il verseggiare enigmatico della civetta e del barbagianni nel boschetto vicino alla tua casa.
    E che dire delle tante lingue di questo fazzolettino di terra? L’ antico slavo parlato dalle genti delle ultime valli ad est, il friulano del medio Friuli, il veneto della zona costiera, il carnico melodioso delle genti montane, l’ antica lingua russo-ucraina della splendida Val di Resia, il germanico antico di Sauris e Timau. Il Friuli è un monumento nel suo essere ed esistere, in tutta la Storia scritta nei genomi e nascosta sotto i campi verdeggianti e lievemente profumati di fiori selvatici. I friulani hanno diritto di conoscere, di rivedere le mura che appartenevano a coloro che li hanno preceduti, hanno diritto di riconoscersi in esse. Una patria vive nel presente, si proietta nel futuro, ma si nutre del suo passato.

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