L’Osteria di Nonta

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Si sa, il Friuli senza le sue osterie non sarebbe lo stesso, a maggior ragione se alcuni di questi locali raccontano una storia secolare. Un’osteria che merita un intero articolo è senza dubbio quella di Nonta. Questo è un borgo della Carnia profonda, in prossimità dello sbocco del Torrente Lumiei nel Tagliamento. È così piccolo che è attraversato da sole due strade, di cui la principale è quella che collega Socchieve a Mediis.

Una volta arrivati a Nonta, venendo dal capoluogo comunale di Socchieve, non si può sbagliare. A sinistra della strada la Chiesetta di San Maurizio su un’altura, sulla destra, quasi di fronte l’edificio religioso, l’osteria. Nonostante una popolazione che raggiunge appena la ventina di persone e una fama mai davvero acquisita, Nonta conserva un’osteria talmente antica da esemplificare i caratteri della cultura carnica più immacolata. Essa, infatti, risale addirittura al ‘600, così come l’edificio che la ospita. Giusto per rendere l’idea, a Udine è già tanto se ci si imbatte in una dei primi dell’800. Fin da quando si ha memoria, la gestione dell’esercizio è stata sempre nelle mani di una singola famiglia, i Picotti. Essi possedevano case e malghe, in cui producevano anche il formàdi salât, che poi trasportavano sino al mercato di Venezia agli inizi del Novecento. Oggi l’attività è portata avanti dal signor Gianni con la moglie Elvira Adami, e, anche se non esiste più la bottega di alimentari adiacente al locale, la loro osteria rimane il principale polo di incontri e ritrovi del paesello. Il signor Gianni racconta che agli albori quella era l’unica osteria della zona e, per questo, punto di ristoro per i pastori che per l’alpeggio salivano e scendevano dalle malghe.

Grande protagonista dell’osteria fu il nonno di Gianni, Giovanni detto Gjovanin, che influenzò le stesse tradizioni del borgo. Egli, infatti, il giorno stesso in cui arrivava in malga con le vacche le mungeva e ne ricavava un latte diverso dal solito, per via della fatica fatta dagli animali nella salita e per lo sbalzo di quota. Si scoprì che il formaggio prodotto da questo latte non era un gran che da gustare fresco, e così lui e i suoi malgari decidevano di lasciare il latte a riposo, fino a che non si sarebbero sviluppati dei vermi per via della fermentazione. Acquisiva così un gusto particolare e deciso, l’ideale da abbinare alla polenta calda. Gli esperti poi giudicavano prelibato lo stesso sapore dei vermi. Quando finalmente a ottobre rientravano in paese, si faceva festa e ci si rimpinzava con questo formaggio tanto strano quanto prelibato. Era così gradito che questa festa tra i malgari in casa Picotti si tramutò poi in una sagra paesana, verso gli anni ’80 dell’Ottocento, perdurata fino ad alcuni anni fa e celebrata la prima domenica di ottobre. Ora quella tradizione e la produzione di quel formaggio non vengono più rinnovate, ma non per questo l’osteria non merita di essere visitata.

Dopo essere passati sotto un portico con volte lapidee, si entra nel locale, dotato di cucina come era consuetudine nei tempi passati. Tutto l’arredo, in cui predomina il legno, suscita un’emozione legata alle ancestrali caratteristiche degli interni carnici: un elegante fogolâr del ‘600 poggiante su quattro pioli, un piccolo banco, una panca di legno scuro, un seggiolone, un tavolo attaccato al muro e retto da un’asta di ferro, altri tavoli tutti in legno. Viene conservato con cura anche il libro in cui a inizio ‘900 venivano annotate le vendite della bottega scomparsa, che serviva coi suoi prodotti non solo le famiglie di Nonta ma anche le malghe circostanti.

La signora Elvira prepara le gustose pietanze, mentre il signor Gianni si occupa del servizio. Le specialità sono un buon rosso della casa; un argjel, ossia lardo tagliato grossolanamente; salame e formaggio vecjo, cioè stagionato. Questo per il classico spuntino; per i pasti non può mancare il frico alla carnica con polenta, i cjarsons locali, ma poi anche il “radìc di mont”, nome carnico del radicchio selvatico Cicerbita alpina. Quindi i ravioli ripieni di ragù di cervo, gli gnocchi di zucchine con burro fuso e ricotta affumicata, le costine di maiale, le fettine di manzo con una salsa di verdure; un antipasto a base di fiori di zucchina ripieni di patate e ricotta profumati con erbe aromatiche o di involtini di trota affumicata. Giusto alcuni esempi per stuzzicare l’appetito oltre che la curiosità per questo angolo di Carnia tanto celato quanto autentico.

Foto da: alessandrogori.info

Fonti principali:

Enrico Rossi

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