Masarolis: maschere e “leoni” in gabbia

masarolis

Alle pendici del Monte Clabuch esiste una porzione di territorio ritagliata dal Torrente Chiarò a ovest e dal Rieca a est e al cui centro è adagiato l’abitato di Masarolis. Siamo all’estremità sud-orientale delle Valli del Torre, al confine con quelle del Natisone, nel cuore della così detta Slavia Friulana. Con i suoi circa 150 abitanti Masarolis si presenta come il classico villaggio perso nel verde e da cui si può godere di un panorama che spazia fino al mare in caso di cielo terso.

Anche qui, come nelle adiacenti Valli del Natisone, i riti legati al Carnevale rimangono ancor’oggi particolarmente sentiti. Di remota origine e da sempre tramandata oralmente, questa tradizione ha tuttavia conservato i caratteri dei primordi, anche se le vecchie maschere fabbricate con l’argilla sono solo un ricordo. L’antitesi tra bene e male, tra vecchio e nuovo è rimarcata dalla presenza di figure ben precise, che inscenano una storia fortemente intrisa di spirito pagano e che inevitabilmente termina con il trionfo del bene, del nuovo.

Abbiamo, dunque, la maschera del “te križnast”, simboleggiante il bene e perfettamente distinguibile dall’abito bianco e da un grosso copricapo simile alla mitra. Quindi il “te kožnast”, con la pelliccia indosso e le mani e il viso neri per la fuliggine, non può che rappresentare il male. Entrambe le figure portano due campanacci sulla schiena, un bastone in una mano e una calza colma di cenere nell’altra. Ci sono poi due “minke”, ossia delle maschere femminili anch’esse vestite di bianco e reggenti una scopa, e un raccoglitore di doni, che è tenuto a ricevere le offerte e i regali. In totale, dunque, cinque sono le figure principali, cui seguono tutte le altre, sia “belle” che “brutte”. Il giorno del Martedì Grasso scatta la caccia al maligno “te kožnast”, che, vedendosi braccato, cerca come ultima possibilità di rifugiarsi in cima a un palo collocato al centro della piazza del paese. Nonostante il tentativo, egli viene ucciso da un proiettile, provocando la disperazione delle due “minke”, che scoppiano in lacrime. L’ultimo atto è dato dal funerale del “te kožnast”, col quale si sancisce il definitivo allontanamento del male dal paese, pronto per iniziare una nuova buona stagione.

Ma nella piazza del paese, quasi davanti alla chiesa, si può ammirare anche un’altra curiosità, permanente questa volta. Si tratta di una strana fontana dai lineamenti semplici, con due cannelle per l’acqua e un mestolo legato con una catenella, ma alla cui sommità si noterà la statua di un leone cinta da una gabbia metallica. Stefano Cadalino narra che la cittadinanza del suo paese avrebbe chiesto alle autorità comunali il permesso di poter erigere una fontana e costruire un acquedotto, per evitare il necessario ma faticoso viaggio per rifornirsi di acqua presso le sorgenti lontane dal paese. Il podestà, però, non solo rigettò la richiesta ma continuò a opporsi fermamente. Ma la caparbietà della popolazione fu tale che alla fine, superate le ostilità, la tanto desiderata fontana fu completata nel settembre del 1895, come si legge sulla stessa. Il leone in gabbia starebbe proprio a rappresentare l’autorità tiranna che è stata domata e vinta dal popolo. Una versione alternativa, invece, afferma che esso altro non sarebbe che il leone di San Marco, rinchiuso in segno di protesta per la tassa sull’acqua imposta dalla Serenissima alla comunità.

Al paese si giunge risalendo per diversi chilometri la Val Chiarò, di cui Torreano è il centro abitato principale, nonché capoluogo del Comune a cui appartiene anche Masarolis.

Foto da: natisoneinbici.it

Fonti principali:

Enrico Rossi

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