La distruzione di Borta

Introduzione

La vicenda trattata in questo articolo, per la natura degli avvenimenti, permette di effettuare una analisi sia sul piano prettamente storico che su quello scientifico, idrogeologico nella fattispecie. Si parla infatti di una frana colossale che alla fine del ‘600 cancellò completamente dalle carte geografiche un paesino carnico della Val Tagliamento, generando leggende oltre che studi approfonditi sulle cause, gli sviluppi e le conseguenze della calamità. In particolare ai giorni nostri le conoscenze in ambito geologico permettono di fare piena luce sulle dinamiche di questo fenomeno, conoscenze che infatti risultano di primaria importanza per la prevenzione dei disastri naturali connessi. Per via dell’orientamento storico di questa rubrica di articoli, l’aspetto scientifico sarà soltanto in alcuni punti preso in considerazione, rivelandosi comunque essenziale per comprendere alcuni passaggi, prediligendo una lettura storica, con particolare attenzione verso i contenuti delle varie fonti, anche parecchio discordanti tra loro. La repentinità dell’avvenimento, l’ora tarda, la località isolata, il periodo storico non proprio prossimo ai giorni nostri e il numero bassissimo di superstiti (solo due sembrerebbe) lasciarono una serie di punti oscuri e un’aura di mistero e inquietudine attorno a questo diastro, che ricordiamo essere stato provocato da forze naturali, pur avendo coinvolto un’intera comunità. Uomo e natura si scontrarono violentemente in una vicenda emblematica ancora oggi e probabilmente nota a pochi, forse anche tra gli stessi carnici. Buona lettura!

 

I fatti

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Schizzo eseguito dal perito Pascolo Pascoli in cui viene rappresentato il paese di Borta e il versante nord dell’Auda prima della frana.

Anno 1692, esattamente due secoli dopo la scoperta del Nuovo Continente. Il “secolo dei lumi” è quasi alle porte, e proprio l’anno precedente, nel borgo paularino di Villa di Mezzo, nasceva uno dei massimi esponenti dell’imprenditoria “illuminata” e lungimirante nei territori della Serenissima, Jacopo Linusso, che rivoluzionerà l’economia carnica, e non solo, nella prima metà del ‘700. In quel 1692 uno degli eventi franosi più devastanti della storia friulana aveva avuto luogo in una località piuttosto isolata della Carnia. Il villaggio di Borta, Buàrta in friulano carnico, si situava sulla sponda sinistra dell’alta Val Tagliamento, al limite degli attuali confini comunali di Socchieve, circa 4 km a sud in linea d’aria da Ampezzo e presso le località immediatamente circostanti di Caprizzi, Cea, Aveona e Cavallaria. Di fronte ad esso, dall’altra parte del fiume, si stagliava la sagoma di una montagna come tante, o forse non proprio come tutte le altre.

 

Il Monte Auda (1700 m slm), infatti, tra il Massiccio del Burlat e il Monte Corno, quest’ultimo a sinistra del Tagliamento, presentava caratteristiche litologiche, strutturali e idrogeologiche tali da predisporre il suo versante nord al concreto rischio di frane qualora si fosse presentata una situazione meteorologica sufficientemente critica. Come quasi sempre accade per i grandi disastri, infatti, il manifestarsi di un fenomeno di grossa portata non è dato da un singolo fattore ma da un mix di concause. Nella fattispecie sono risultati determinanti gli strati argillosi, quindi profondamente indebolibili dalle piogge, presenti nel Calcare dei Caprizzi, l’unità litologica posizionata all’altezza di Borta, del Tagliamento e della base dell’Auda, e la presenza di lingue del medesimo calcare nella Dolomia Principale, l’unità che interessa il restante versante dell’Auda; quindi la disposizione degli strati di entrambe le unità a franapoggio (tendenzialmente paralleli e non perpendicolari al versante, aspetto che favorisce il scivolamento e quindi la frana), con un’inclinazione uguale o inferiore a quella del pendio; infine l’esteso sistema di fratture, a causa delle quali la pressione dell’acqua che si insinua concorre al distacco di masse rocciose anche molto consistenti, come sarà quella della frana di Borta. Tre elementi intrinseci di questo monte che forse da soli non sarebbero bastati a produrre una frana di quelle proporzioni se quel 1692 non fosse stato, a detta delle cronache del tempo, un anno particolarmente piovoso, decisamente più del normale, con intense precipitazioni anche nei giorni precedenti la frana. Ed ecco che la ricetta per il disastro è pronta! Il colpo di grazia è stato assestato dalle impetuose acque in piena del Tagliamento, che hanno eroso l’unica porzione di versante che poteva ancora contrastare lo smottamento, ossia la parte basale. Si parla tuttavia anche di possibili scosse nei mesi antecedenti, che avrebbero ulteriormente contribuito a rendere instabile il sito.

 

Fu così che nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1692, con una rapidità tale da non lasciare scampo,

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Rappresentazione del bacino del Lago di Borta. L’area grigia è lo specchio d’acqua, la superficie contornata da cunei è il corpo di frana.

una quantità di roccia e detriti stimata in 30 milioni di metri cubi si riversò da un fronte di 1 km verso il Tagliamento, comprendo una distanza di oltre 1900 metri tra l’apice della frana e la zona di deposito, di fatto annullando il paese e giungendo fino al versante opposto, quello sud-orientale del Monte Jôf, superando di circa 100 metri in altezza l’attuale fondovalle. In presenza di una simile ostruzione le acque del Tagliamento, in quella zona ancora molto stretto, non avrebbero potuto defluire normalmente, e ciò comportò la formazione di un lago dalle caratteristiche singolari. Il livello di massima estensione del corpo di frana sul versante del Jôf, infatti, doveva raggiungere la posizione della ex Scuola, situata sulla Regionale 552 tra Aveona e Cavallaria, dunque quota 600 m slm. Tenendo conto che presso l’alveo del Tagliamento la quota della massa franosa non deve essere stata inferiore ai 550 m slm, il lago, nella sua massima espansione, avrebbe raggiunto all’estremità opposta la confluenza del Rio Zaas, sul confine comunale tra Socchieve e Forni di Sotto, presso località Stallo del Mur. La larghezza massima, invece, si sarebbe registrata in prossimità del corpo della frana, ove il Rio Festiniais sfocia nel Tagliamento, in località Caprizzi, che sarebbe stata sommersa. Con una lunghezza massima di 6,750 km e una larghezza massima di 1 km, dunque, la sua forma risultava decisamente allungata e curva, seguendo proprio l’andamento del corso del Tagliamento. Lo specchio d’acqua avrebbe avuto una superficie di circa 2 km quadrati e una profondità massima di circa 88 metri. Il confronto con l’attuale lago più grande del Friuli, quello di Cavazzo, ci dice che sarebbe diventato il bacino naturale friulano più grande in assoluto, avendo quello di Cavazzo una superficie di 1,2 km quadrati (anche se prima della costruzione della centrale idroelettrica di Somplago, entrata in servizio del 1954, era di 1,74), una profondità massima di circa la metà (45 metri), una lunghezza di 3,3 km e una larghezza massima di 800 metri. Il Lago di Borta, però, non trovandosi in una conca di origine glaciale ma nella valle di un fiume, non poteva resistere in eterno, e infatti risulterebbe scomparso circa un secolo dopo, a fine ‘700, massimo ai primi dell’800, per via dell’erosione dello sbarramento franoso e per l’interramento graduale conseguente alle alluvioni. Ai giorni nostri è ancora perfettamente visibile la nicchia di distacco sul versante nord dell’Auda, nonché l’accumulo detritico a valle; del paese invece nessuna traccia evidente.

 

Le versioni

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In questa foto del Monte Auda sono ben visibili la nicchia di distacco, non completamente alberata, e parte del corpo franoso, ai piedi del rilievo.

Su ciò che accadde quella notte di metà agosto in questo angolo di Carnia ci sono diverse testimonianze giunte sino a noi, seguite da una serie di studi, perizie e constatazioni ma anche da leggende. Innanzitutto c’è da sapere che Borta era un villaggio modesto in dimensioni che si situava sulla sponda sinistra del Tagliamento, subito a valle della località di Caprizzi e a cavallo del sentiero, oggi la Regionale 552, che da Priuso portava a Tramonti, nel Pordenonese. Si era sviluppato attorno alla Chiesa di San Lorenzo e si collocava in una porzione poco frequentata della Val Tagliamento, a circa 500 m slm. Il termine “Borta” era certamente in uso anche come cognome se abbiamo notizia, nel 1514, di un tale Nicola Borta, capitano del Quartiere di Socchieve, uno dei quattro in cui era amministrata la Carnia.

 

Partirei proprio con una leggenda, che cercò sicuramente di fornire una spiegazione in chiave morale e religiosa al motivo per il quale sarebbe avvenuto il tutto. Si racconta che i villici intendessero far rifugiare le proprie capre all’interno della chiesa parrocchiale per proteggerle dal freddo, compiendo quindi un grave atto di profanazione. Per evitare questo, una sera comparve sulla sommità del monte, l’Auda sicuramente, un angelo che cercò di convincerli a desistere dal mettere in atto il loro piano, e disse “uardàisi, uardàisi”. Gli abitanti reagirono in malo modo e risposero al messo divino con un “uàrditi tu, po, di lassù”. In quegli istanti la montagna crollò, seppellendo il paese e arrivando a coprire il Tagliamento. Sempre secondo la leggenda, i superstiti furono soltanto due ed entrambi si sarebbero salvati perché non erano in paese in quel momento. Si trattava di una donna, che era in montagna, e di un giovane, che fu sbalzato sull’altra sponda dallo spostamento d’aria, evidentemente perché si trovava alle pendici dell’Auda. Questi avrebbe poi disceso il corso del Tagliamento fino a giungere a Enemonzo, tra Socchieve e Villa Santina, ove fondò un borgo col nome del suo villaggio distrutto, borgo che tutt’ora costituisce la parte nord del paese di Enemonzo e in cui molti abitanti portano il cognome Borta. Secondo alcune fonti, tuttavia, il borgo enemonzese di Borta esisteva già prima di quel 1692.

 

Un primo documento che possiamo consultare è del 1700, ed è stato prodotto da un tale Francesco Poiano. Egli narra: “Et l`aqua de la Fluvigna a` menato zoso il belisimo ponte che

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Schizzo, sempre del Pascolo Pascoli, che invece mostra la situazione del sito dopo la frana.

era sopra la deta aqua del Tofo quale costava ducati 500…et poi e` venuto zoso una montagna soto Inpezo sopra la Villa chiamata Borta et la` coverta…e` venuta zoso deta montagna a ore due inanzi di` et sono restati tutti morti soto li massi et terra persone 166 in circa quale la materia e` sopra loro piu` di pasa 100. E` restato vivo un homo che era andato in monte et una dona che era a mulino…”. È dunque confermata in poche righe sia la natura franosa dell’evento, sia la distruzione totale del paese con la morte di tutti gli abitanti fuorché due, e anche la notevole entità della massa di detriti depositatasi. Tuttavia la conta delle vittime, indicate dal Poiano in numero di 166, ha subito col tempo un significativo ridimensionamento. Infatti nel 1721 il canonico di San Pietro Don Giovanni de Campi ci dice che “Nel Canale di Socchieve una villa chiamata Buarta di 12 foghi fu con tutta gente circa 76 persone inondata senza trovare gente alcuna”. Numerose altre fonti abbassano ulteriormente la cifra, portandola a 53. In ogni caso un’intera comunità risultava essere stata praticamente sterminata. Come abbiamo già accennato, quell’anno risultò essere costellato da precipitazioni, non solo in Carnia ma nell’intero Friuli, tanto che fu definito come l’anno del diluvio”. In particolare ad agosto i rovesci furono particolarmente intensi, tanto da essere ricordati per i danni provocati dalle piene dei corsi d’acqua nei giorni 15 e 16 agosto, proprio mentre si consumava la sciagura di Borta. Sempre il de Campi ci parla del 1692 con i seguenti termini: “l’anno 1692 addì 15 agosto fu un gran diluvio che continuò hore 24, qual inondò nella Cargna assaissimi edifici, come molini, sieghe ecc.”. Fu riportata chiaramente nelle cronache l’osservazione della formazione di un lago che si ingrandiva sempre di più e che quindi rappresentava una grave minaccia per gli abitati a valle dello sbarramento, per via del pericolo di eventuali riversamenti improvvisi. Fu così che gli abitanti del Canale di Socchieve (la porzione della Val Tagliamento da Villa Santina alla zona di Forni) richiesero al luogotenente veneziano, di base a Udine, l’invio di un esperto per valutare il da farsi. Così il 21 settembre arrivò il perito Gioseffo Cillenio, il quale constatò come il lago stesse crescendopiù di tre passi, giornalmente … come ho ricavato coll’esperienza da me fatta con legno posto e piantato nell’acqua, e fatto il segno, ho trovato esser cresciuta nel termine d’un’hora una punta di dito”. Egli quello stesso 21 settembre valutò il lago essere lungo 6 miglia, largo quasi 1 miglio e profondo 100 passi. Pochi giorni dopo, il 28 settembre, fu realizzato uno schizzo del sito da un altro perito, Paolo Pascolo Pascoli, che corresse la lunghezza in 900 passi e la profondità in 80. Studiosi successivi reputarono esagerate tali cifre: il naturalista Anton Lazzaro Moro (1687 – 1764) nel 1737 parlò di 4 miglia di lunghezza e 100 pertiche di profondità; mentre il geologo Torquato Taramelli (1845 – 1922) molto posteriormente, nel 1871, valutando le caratteristiche della vallata, fissò una lunghezza non superiore a 4,5 km e una profondità di 70 m. Ricordo che nel sistema veneto un passo equivale a 5 piedi e un piede sono circa 0,35 metri; un miglio

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Cartina topografica che mette in evidenza, tra le altre cose, l’estensione del corpo di frana (superficie in rosso). Dagli schizzi del Pascolo Pascoli si evince che il paese doveva situarsi precisamente tra l’edificio della scuola e Caprizzi.

sono 1000 passi, ossia poco più di 1,7 chilometri; mentre una pertica 6 piedi. Sono diverse le informazioni anche circa lo svuotamento del lago, che alla fine sarebbe scomparso lentamente grazie all’erosione dello sbarramento, senza quindi provocare un improvviso rilascio di una immensa mole d’acqua. Tuttavia il Moro ci ha lasciato una ricostruzione che si discosta dalla precedente versione. Egli infatti afferma che già il 4 ottobre dello stesso anno “le acque sormontarono l’attraversato terrapieno, e smossane, rodendolo, una gran parte si aprirono il precipitoso passaggio alla inaspettata inondazione del Friuli”, e descrisse la piena come “straordinaria che niuna eguale ci è mai rimasta memoria”. Parla quindi di una “seconda terribile inondazione” il 20 ottobre, che assieme alla prima avrebbe ridotto il lago alle dimensioni osservabili alla sua epoca, ossia quasi 1 miglio di lunghezza e 30 pertiche di profondità. Tuttavia il geografo Giovanni Marinelli (1846 – 1900) non credette a una portata così spaventosa delle due piene, per mancanza di documenti sufficienti sui due eventi, pur senza metterne in dubbio l’accadimento. Semplicemente pensò che “non siano state certamente di considerevole importanza”. Egli inoltre rientrava nella schiera di coloro che consideravano lo svuotamento del lago come il prodotto dell’erosione dello sbarramento e dell’interramento provocato da alluvioni del Tagliamento e degli affluenti di quella sua porzione. Non esistono comunque notizie sicure sulla data più o meno precisa dello svuotamento totale del lago, e solo in un documento, curato da Marzolini e appartenente al “Saggio di Cartografia Veneta”, opera pubblicata a Belluno nel 1787, si intuisce la sua presenza da una linea tratteggiata, presenza confermata anche dalle notizie allegate alla carta in questione. Lo scrittore Pierviviano Zecchini (1802 – 1882) millantava di aver attraversato in barca il Lago di Borta nel 1869, fatto ritenuto impossibile dal Marinelli, che infatti collocò la definitiva sparizione dello specchio d’acqua a fine ‘700, massimo nei primi anni del secolo successivo.

 

Collegamenti

  • Una escursione per poter ammirare dall’alto del Monte Auda la zona colpita dalla frana, nonché sito dello scomparso paese, è possibile attraverso un sentiero che, partendo di fronte Caprizzi, dirige inizialmente verso nord-est, parallelamente al Tagliamento, per poi risalire per il costone che affianca il Rio Maràn, a est, e tagliare il versante nord dell’Auda, rimanendo attorno a quota 1000 m slm. Quindi ridiscende per un altro costone sino in località Grasia, quasi in prossimità del Taglimento, ove si trova anche l’omonima malga e rifugio. Con una deviazione finale, costeggiando il Tagliamento fino allo Stavolo Serais, a sud di Caprizzi, si avrà abbracciato quasi completamente l’area interessata dalla frana, facilmente identificabile nella carta Tabacco numero 13 con la dicitura “Frana di Buarta”. Un sentiero che consente invece di esplorare con un giro decisamente più ampio la montagna corre lungo i restanti versanti, toccando alle estremità opposte due località affacciate sul Tagliamento, Avaris a est e sempre Grasia a ovest, e passando a sud della cima del monte, per Forca Sopareit (1411 m slm) e Casera della Forca. Il versante nord rimane comunque una zona insidiosa, per la sua stessa conformazione. L’opzione più semplice è sicuramente quella di osservare il sito, o recarvisi, stando a nord del Tagliamento, potendo agevolmente giungere sul posto dalla regionale già citata.
  • Mi permetto di riportare il link di un documento divulgativo che sintetizza e illustra in maniera chiara le caratteristiche dei principali siti geologici della Regione. In questa che considero una vera e propria opera, prodotta dal professor Corrado Venturini nel 2014 col nome di “Quattro passi nella geologia del Friuli Venezia Giulia”, viene trattata anche la frana che distrusse Borta. Il documento rappresenta sicuramente una comoda lettura per tutti gli appassionati della geologia regionale: http://www.corradoventurini.it/cor/wp-content/uploads/2014/09/C.-Venturini-2014-Quattro-passi-nella-Geologia-del-FVG.pdf.

 

Fonti principali

 

NB: tutte le immagini sono prese dal web

Enrico Rossi

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