Toponomastica (parte prima)

“Inferno”: l’altra faccia della Via Cortazzis storica

Nel raccontare frammenti di storia di una città, saremmo sicuramente tutti tentati a condividere informazioni su ciò che di meglio artisticamente, culturalmente e scientificamente essa abbia prodotto; ma sarebbe del tutto incompleto questo approccio, in quanto sottolineare i lati negativi e oscuri è importante e interessante tanto quanto farlo nei confronti di quelli positivi.

 

In questo caso non riporto un episodio ma un contesto fisico, un ambiente che, tra i vari nomi popolari innocui, ne acquisì uno a dir poco inquietante, forse il peggiore immaginabile. Questo posto era, infatti, detto “Inferno”. Il bello è che non ci collochiamo in un degradato e povero bassofondo di periferia, non in un quartiere notoriamente malfamato, ma in pieno centro, presso il così detto “salotto di Udine”, Piazza San Giacomo. Il Della Porta ci

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Uno scorcio in prospettiva di Via Cortazzis oggi, tranquilla (anche troppo) stradina del centro. (foto personale)

informa che forse si trattava di Via Cortazzis, diventata nota, soprattutto nell’800, per la vendita di vino e la concentrazione notevole di osterie. Non sembrava essere di certo una località priva di vita, sia per la presenza dei locali che per l’estrema vicinanza all’affollata piazza. Della Porta, circa il suo significato, si limita a ricordare come lo storico francese Du Cange (1610 – 1688) intenda il toponimo come una corruzione di in ferto”, ossia “sul mercato”, cosa che si addirebbe anche al nostro caso. Tuttavia non è affatto convinto il contemporaneo Giovanni Frau, che, anzi, etichetta come fantasiosa la precedente teoria e afferma che deve essere stato semplicemente uno dei tanti toponimi friulani del tipo “Infiàr” o “Infièr”, ossia “Inferno” proprio, indicanti una qualità estremamente negativa del sito in questione: la pericolosità, la bruttezza o l’oscurità, magari tutte queste caratteristiche insieme. Un riferimento ci è arrivato da una nota

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Posizione della stessa nel contesto della porzione di centro gravitante attorno a Piazza San Giacomo. (foto ricavata da uno screen dall’app “Mappe”)

dell’anno 1400, in cui si considera una casa sita in Mercatonuovo (Piazza San Giacomo) e che confinava “de dredo cum lo logo clamado Enferno e per denanzi ella via pubblica”. La località in questione non è citata come strada ma semplicemente come “logo”, molto vago quindi. Una possibile conferma all’ipotesi del luogo malsano potrebbe derivare dal nome stesso della contrada, Cortazzis, che indicava la presenza di cortili in cui veniva ammassata l’immondizia proveniente dai magazzini dei mercanti operanti in Mercatonuovo. La dicitura “Cortazzis” è, tra l’altro, già documentata nella prima metà del ‘400, quindi nel medesimo periodo. Oltre all’odore possiamo, infatti, facilmente immaginare quali generi di liquami, sporcizia e focolai di possibili pestilenze fossero ivi presenti. Non deve d’altra parte stupire neanche più di tanto questa atmosfera, se pensiamo che nel Medioevo, e anche successivamente, nessuna città europea poteva vantare condizioni igieniche ottimali!

 

Pubblicato su Facebook l’8 settembre 2016

(fonte principale: libro “Toponomastica Storica della Città e del Comune di Udine”, Giovanni Battista Della Porta, 1991)


La storica Via San Valentino: scomparsa e sostituita

Numerose sono state le strade aperte nell’ultimo secolo, soprattutto dal Secondo Dopoguerra in poi, anche in centro, ma risultano sicuramente ancora più numerose quelle che, invece, sono state chiuse nel corso della storia del centro. Alcune sono completamente scomparse senza lasciare traccia, per altre rimane giusto qualche residuo, magari così celato dal tempo che passa molto spesso inosservato; e poi ci sono altre che lasciano prove evidenti, ma che magari non vengono intese come tali perché non ci si pone nemmeno la domanda.

 

Una di queste ultime è la ex Via San Valentino, nulla a che fare, dunque, con l’omonima strada attuale che collega Via Pracchiuso a Via

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Il portone che sbarra inesorabilmente la strada per il vecchio ingresso della calle scomparsa, in Via Pracchiuso. (foto personale)

Caneva, anche se entrambe si agganciano a Borgo Pracchiuso e prendono il nome dalla cinquecentesca chiesa del borgo. Certamente due vie col medesimo nome non possono coesistere nello stesso Comune, e dunque, perché quella attuale, del Secondo Dopoguerra, possa essere stata così denominata, era necessaria la non presenza della precedente, o meglio, il non riconoscimento di questa come via pubblica. Il Della Porta, precisissimo come quasi sempre, ci dice che si tratta di una strada soppressa che, partendo quasi di fronte a Via Tomadini, portava da Via Pracchiuso alle mura della V Cerchia, attraversando il complesso dell’Ospedale Militare (poi Caserma Reginato e sede attuale, tra gli altri, anche del Centro Documentale di Udine). Nell’accuratissima mappa del Lavagnolo, metà ‘800, si nota benissimo il vicoletto con, all’epoca, a est l’ospedale suddetto (ex Convento della Vergine dei Sette Dolori) e a ovest la Cancelleria e i Magazzini Militari, già Caserma di Cavalleria. Nella mappa è segnalata come “Calle di San Valentino”, assolutamente da non confondere con Calle Valentinis, uno dei nomi storici della graziosa Salita di San Bartolomio, presso Porta Manin. Ma, mentre queste denominazioni sono ottocentesche, si scopre, invece, come nel ‘600 portasse il nome di “Cort dal Panizzûl”, in cui quest’ultimo sarebbe semplicemente un antroponimo.

 

Ma quando fu chiusa questa stradina? L’opera del

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Lo stesso percorso ancora perfettamente visibile nella mappa del Lavagnolo. (screen ricavato dalla pianta della città di Udine, Antonio Lavagnolo, 1843-’50)

Della Porta, in cui viene citata, risale al 1928, dunque il declassamento da strada pubblica deve essere avvenuto prima. Nella mappa dell’Orettici, del 1880, già si vede come sia rimasto percorribile solo il tratto più prossimo a Via Pracchiuso, come oltre vi sia un semplice muro di cinta che ricalca il resto dell’antico tracciato e soprattutto come l’ingresso dal borgo sia sbarrato da un segmento di confine, risalente dunque alla prima parte della seconda metà dell’800. Che si sia trattato non di un semplice muro senza aperture ma di un portone con cancellata, lo possiamo ricavare guardando ora il vecchio ingresso, al civico n. 14 di Via Pracchiuso. Per ironia della sorte, attualmente esiste nuovamente una stradina con in parte quasi lo stesso percorso di quella estinta, ma che presenta l’ingresso dalla parte opposta e che permette, cioè, di entrare dal Parco della Rimembranza, a ridosso di Piazzale Del Din, al complesso della Quiete. Quando hanno creato questo nuovo passaggio, forse non hanno neanche fatto caso che hanno involontariamente fatto in parte rinascere quella che fu la prima e storica Via San Valentino!

 

Pubblicato su Facebook il 24 maggio 2016

(fonti principali: medesima pianta; pianta topografica della città di Udine e suoi dintorni, G. Orettici, 1880; libro “Toponomastica Storica della Città e del Comune di Udine”, Giovanni Battista Della Porta, 1991)


Panie: il villaggio udinese che mancava all’appello

Prefazione

Se ci capitasse di leggere un libro sulla storia di Udine, sicuramente ci imbatteremmo prima o poi nel testo in cui vengono elencati o indicati su mappa i vari borghi esterni alla II Cerchia di mura, che sono stati inglobati alla città in seguito all’erezione delle cerchie successive. Mentre ciò che si trovava già racchiuso dalla II Cerchia, completata nel 1171, risultava un nucleo compatto di piccoli borghi, contrade e androne, risultato dell’espansione della così detta Villa di Udine, i borghi, o meglio, le ville (nel senso di villaggi rurali) esterne ad essa continuavano ad esistere come centri indipendenti.

 

Tradizionalmente se ne riconoscono sette: quelli dei Borghi Gemona, Villalta, San Lazzaro, Pracchiuso, Aquileia, Poscolle, Grazzano. Ma proviamo a essere più precisi e sistematici! Prendiamo i documenti del Della Porta, ormai una costante, e notiamo come le ville siano suddivise tra Vile di Sore, Vile di Sot e le altre rimanenti; rispettivamente l’insieme delle ville a nord-ovest del Castello, il raggruppamento di quelle a sud-est e le restanti. Fino a qui in vero nulla di nuovo, ma, facendo l’elenco, a un certo punto si noterà una sorta di intruso. Nella Vile di Sore fa includere la Vile di Sompriu o Somprive (Borgo Gemona), Ongiaresc’e (Borgo San Lazzaro e Borgo Villalta) e Cascanàn (la piccola contrada collegata a Borgo Villalta) – e fino qui tutto apposto – per quanto riguarda le ville a sé stanti cita le Vile di Puscuèl, Grazàn, Trèp, Praclûs, Cassine (ossia i Borghi Poscolle, Grazzano (probabilmente includendo in esso anche Borgo Cisis e Borgo Cussignacco), Treppo, Pracchiuso e Cassina, attuale Via Sant’Agostino); per la Vile di Sot nomina la Vile di Aquilee (Borgo Aquileia), quelle di Bertàld (Contrada Bertaldia), dai Roncs (Borgo Ronchi), Vile Frede (in realtà sinonimo di Borgo Ronchi) e una misteriosa Vile Panie. Ecco l’intruso! Non esistono strade col suo nome, non viene praticamente mai citata come una delle ville storiche di quello che poi diventerà il centro cittadino; dunque da dove sbuca, dove si sarebbe collocata e perché se ne è quasi persa completamente la memoria?

 

Ricerca

Della Porta la descrive come una località non ben identificata ma che doveva situarsi in prossimità di Borgo Aquileia e presso le Vie Stabernao, Seminario (attuale Via Ellero) e di Mezzo. Sostiene quindi di aver rinvenuto quel toponimo solamente ad Arta e Invillino, in Carnia, nella forma “in paniis”, e ipotizza possa derivare dallo sloveno “pania” col significato di “ceppo”, “tronco”, facendo dunque intendere la presenza di un antico bosco in quell’area. Tuttavia il Corgnali, altro gigante della nostra toponomastica e vissuto nello stesso periodo del Della Porta, ricorda come esista anche l’antroponimo “Pani”, anche se, però, non saprei se l’avesse ricondotto all’omonima località in Comune di Raveo, sempre in Carnia.

 

In ogni caso, attenendoci alle indicazione geografiche del Della Porta, tutto fa pensare che la zona in questione sia esattamente quella dell’edificio dell’ex Seminario Arcivescovile, della Chiesa di San Bernardino e della ex Caserma Duodo, assieme ad alcuni edifici recenti, come la Casa dello Studente di Viale Ungheria. La località risulta proprio incastrata tra i Borghi Aquileia e Ronchi, a ovest e a est, e tra quelli di Mezzo e Treppo, a sud e a nord. Il foro di questa villa poteva benissimo essere rappresentato dallo slargo, quasi una piazza, che

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Zoom della veduta di Udine datata 1661 e realizzata da Gazoldi e Cosattini, non solo un capolavoro ma anche una miniera di informazioni storico-geografiche sul centro città. In particolare l’edificio contrassegnato col numero 1 è la Chiesa di San Bernardino, situata nel cuore di quella che doveva essere la Villa di Panie. (foto ricavata dal libro “Udine: vie, piazze, attività”, Giancarlo Gualandra, 1995)

si nota perfettamente nella pianta del Lavagnolo (metà ‘800) di fronte alla suddetta chiesa e che rappresenta il punto d’incontro tra tutte le vie menzionate dal Della Porta. È chiaro, però, che un agglomerato di edifici può definirsi villa in presenza non solo di un monastero (quello che poi sarà il Seminario), di una chiesa, di un secondo monastero (poi caserma) e di un numero estremamente esiguo di abitazioni, come si evince sempre dalla mappa del Lavagnolo; avrebbero dovuto trovarsi almeno diverse altre abitazioni, tali da formare una vera e propria comunità indipendente, così come lo erano quelle delle altre ville udinesi. Ecco che per questo motivo sono propenso a credere che la villa avesse perdurato come tale al massimo fino all’abbattimento di alcune case per l’edificazione del Monastero di San Bernardino, futuro Seminario, che occupò un’area piuttosto vasta. Si legge, infatti, nei documenti notarili come tale Giacomo Rainerotti inserì nel suo testamento, nel 1517, la volontà di far nascere un monastero dedicato a San Bernardino negli spazi delle case di famiglia in caso della morte del figlio Giovanni. Non si sa se questa premura fosse stata presa in considerazione a causa di condizioni già precarie del figlio, fatto che sta che già nel 1521 morì Giovanni, e lo stesso anno il Comune acquistava da un altro cittadino, tale Valentino da Los, un’altra abitazione sempre per fare spazio al monastero, che risultò fondato appena l’anno successivo, praticamente in contemporanea con l’omonima e adiacente chiesa, ancora perfettamente visibile sia da Viale Ungheria che da Via Ellero.

 

Che effettivamente la Villa di Panie avesse cessato di fatto di esistere proprio con l’edificazione del monastero e la soppressione di diverse abitazioni, non ne sono certo, è solo una congettura; ma la relativa precocità della sua scomparsa dalla geografia antropica udinese, che potrebbe appunto collocarsi a inizio ‘500, fornirebbe una plausibile spiegazione sul fatto che essa sia stata pressoché dimenticata durante i secoli. Ma il suo declassamento da villaggio a località minore potrebbe essere ancora antecedente, se gli unici estratti che citano la località presenti nel libro sulla toponomastica di Udine sono tutti del ‘300, precisamente dal 1311 al 1393. Nel primo si parla di questa Pania, villa situata presso i Gorghi, il tratto meridionale della fossa della III Cerchia (oggi sostituito dai tracciati di Via Piave, Via Gorghi e Via

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Nella mappa di Giacomo Perusini, 1811, sono stati aggiunti i tracciati delle mura; intervento grazie al quale si può ben notare come Panie, con il Monastero e la Chiesa di San Bernardino esattamente al centro dell’immagine zoommata, si trovi esternamente alle mura della III Cerchia, quella segnata in blu. (foto ricavata dal libro “Udine: vie, piazze, attività”, Giancarlo Gualandra, 1995)

Crispi), ed oltre Porta Aquileia, quella interna naturalmente (situata tra le attuali Via Vittorio Veneto e Via Aquileia). Panie era dunque a pieno titolo una delle ville ancora esterne alla città, come lo erano nello stesso periodo gli stessi Borghi Ronchi e Aquileia per esempio. Già a fine secolo, però, precisamente nel 1390, viene menzionata solo come contrada facente parte di Borgo Aquileia, dunque una località secondaria e subordinata a una più corposa. Che dunque già nel corso del ‘300, per qualche oscuro motivo, magari per un graduale spopolamento dovuto all’insicurezza della zona, ancora infatti fuori le mura, Pania sia passata dall’essere una delle tante ville esterne a una semplice contrada? Sembrerebbe, ma anche in questo caso per ora ho troppo pochi indizi tra le mani, soprattutto relativamente alle dinamiche di questo cambiamento.

 

Definire Pania (o Panie) l’“Atlantide” tra le ville udinesi forse sarebbe un po’ esagerato, se non altro perché la zona non ha mai smesso completamente di essere abitata; tuttavia risulta sicuramente la più misteriosa, per via della sua involuzione e della scomparsa del suo nome, sostituito da un insieme di nuovi toponimi: sarà Contrada di San Bernardino (zona di Via Ellero) e dei Missionari (attraversata dall’omonima via, in realtà nulla più che un marciapiede). Comprendere meglio in futuro la fumosa esistenza di questo vecchio e dimenticato villaggio sarebbe davvero motivo di grande interesse!

 

Pubblicato su Facebook il 3 agosto 2016

(fonti principali: libro “Toponomastica Storica della Città e del Comune di Udine”, Giovanni Battista Della Porta, 1991; sito internet “Antiche Case Udine – Comune di Udine”, pagina “Monastero di San Bernardino”)

Enrico Rossi

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