Gli Orbi di Muzzana

Gli antefatti

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Papa Giulio II, l’artefice del gioco delle alleanze. Non vedrà mai la fine della Guerra della Lega di Cambrai; morirà infatti il 21 febbraio 1513.

Durante l’assedio imperiale al Forte di Osoppo, protrattosi dal 15 febbraio al 30 marzo del 1514, ebbe luogo presso l’accampamento degli assedianti una delle più barbare e indicibili rappresaglie mai documentate ai danni della popolazione civile friulana; un evento il cui cinquecentesimo anniversario ricorreva proprio un paio di anni fa. Le innocenti vittime di questo gravissimo misfatto rinascimentale sono entrate nel mito come “Li Orbi de Mozana”.

 

Come contesto ci collochiamo all’interno dell’ampia e variegata Guerra della Lega di Cambrai, perdurata con alterne alleanze e vicende dal 1508 al 1516 e che rappresentò uno dei più vasti conflitti italiani del secolo. La Serenissima Repubblica di Venezia si era trovata inizialmente letteralmente accerchiata da una enorme coalizione, la Lega di Cambrai appunto (costituitasi il 10 dicembre 1508), composta da Stato Pontificio, Regno di Francia, Sacro Romano Impero, Regno di Napoli, Regno di Sicilia, Ducato di Ferrara, Ducato di Mantova, Ducato di Savoia e Regno d’Ungheria, che si era posta come obiettivo lo smembramento dei territori veneziani, dopo che già il 22 settembre 1504 il pontefice Giulio II aveva promosso un’alleanza con l’Impero e la Francia in funzione anti-veneziana. La potenza e l’espansione di Venezia sulla terraferma avevano infatti preoccupato gran parte delle potenze europee, per via delle mire di queste ultime verso il territorio della penisola, oltre che per le ambizioni degli altri Stati italiani. A Cambrai si decise che, in caso di vittoria, all’Imperatore Massimiliano I d’Asburgo sarebbero spettati, tra gli altri, anche i territori del Friuli con Gorizia. È proprio da questa ultima locuzione che si deve partire per comprendere il senso della guerra in territorio friulano in quegli anni. Anche se infatti Gorizia è geograficamente e culturalmente parte del Friuli Storico, all’epoca era la capitale di un vero e proprio stato a sé stante, che precedentemente, fino al 1420 (anno dell’occupazione veneziana del Patriarcato), era stato sovente in conflitto con il Patriarcato di Aquileia, che controllava quasi tutto il resto del Friuli e non solo. Invece, dopo quella data, si ritrovò nell’orbita d’espansione sia di Venezia da un lato che dell’Impero dall’altro; si trattava della Contea di Gorizia. Il 12 aprile del 1500, alla morte senza eredi del Conte Leonardo di Gorizia, Massimiliano acquisì celermente il possesso della Contea tramite il governatore della città, Virgil von Graben, che tradì i Veneziani, con i quali collaborava fino

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L’Imperatore Massimiliano I d’Asburgo, bramoso di acquisire le terre friulane ed acerrimo nemico della Serenissima.

a quel momento; ma il sovrano rivendicava a sé anche l’intero territorio friulano. Nelle prime fasi della Guerra della Lega di Cambrai la Contea fu occupata dai Veneziani dal 1508 al 1509, in quella che si era ormai delineata come una vera e propria guerra nella guerra per il controllo del Friuli, definita dai cronisti dell’epoca “bellum forojuliensis”. Nel frattempo, però, i Veneziani subirono gravi sconfitte nella Battaglia di Adagnello, nel Cremonese, contro i Francesi il 14 maggio 1509 e nella Battaglia navale di Polesello, sul Po tra il Polesine e il Ferrarese, contro i Ferraresi il 22 dicembre dello stesso anno. Quando tutto sembrava volgere al peggio per Venezia, Papa Giulio II, ormai molto più preoccupato della possibile futura influenza francese che della presenza veneziana su terraferma, ruppe l’alleanza ed uscì dalla Lega di Cambrai il 24 febbraio 1510, formando il 1° ottobre 1511 la Lega Santa, coalizione anti-francese formata dallo Stato Pontificio, dal Re di Napoli e di Sicilia, dai Cantoni Svizzeri e dall’ex nemico, la Repubblica di Venezia; in seguito si aggiungerà anche l’Inghilterra e infine l’Impero nel 1512. Ma il gioco delle alleanze era destinato ancora una volta a ingarbugliarsi quando Massimiliano disse che non avrebbe restituito a Venezia i territori occupati; essa quindi si rivolse alla Francia come nuovo alleato col quale spartirsi l’Italia del Nord. La nuova alleanza franco-veneziana fu stipulata il 23 marzo 1513 e durò fino al termine di questo complicato conflitto internazionale.

 

La rappresaglia

In questo ulteriore frangente, in cui abbiamo visto Venezia allearsi alla fine con la Francia, la capacità militare della Serenissima era però di molto ridotta, e questo indebolimento, risultato di anni di dure battaglie per l’Italia Settentrionale, portò al dilagare delle truppe imperiali in territorio friulano, estrema propaggine difensiva orientale della Serenissima. Lo scopo dell’Imperatore era garantirsi un ampio sbocco sull’Adriatico, e per farlo avrebbe dovuto prima espugnare le poche fortezze friulane ancora controllate dai Veneziani; una di queste era Marano. Al comando degli Imperiali vi era lo spietato e sanguinario condottiero Cristoforo Frangipane, conte appartenente al ramo croato dell’omonima antichissima

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Ruderi del Forte di Osoppo, la fortificazione che fu cinta d’assedio dal Conte di Frangipane dal 15 febbraio al 30 marzo 1514.

famiglia romana, capitano di Gradisca e signore di Veglia (isola del Quarnaro), che, venuto a conoscenza della ridotta guarnigione maranese, partì da Gorizia con 400 cavalli e 600 fanti, entrando a Marano, ritenuta inespugnabile, senza colpo ferire il 13 dicembre 1513 grazie al tradimento del prete Bortolo da Mortegliano, che gli aprì le porte della cittadina in accordo col Vescovo di Lubiana Cristoforo Rauber. Il 12 febbraio 1514 cadde anche Udine, ricordandoci come essa fosse stata messa in ginocchio appena tre anni prima dalla Rivolta della Crudel Zobia Grassa, dal successivo disastroso terremoto e dalla peste sopraggiunta. La situazione risultava senza dubbio grave, ma la speranza era tenuta accesa da un valoroso comandante friulano che combatteva per la Serenissima, Gerolamo Savorgnan. Egli, anziché arrendersi al Frangipane, decise di resistere a oltranza e di rimanere asserragliato con le sue poche soldataglie e i cittadini di Osoppo nel Forte di Osoppo, situato sopra l’omonimo Colle. La scelta di non piegarsi fu particolarmente coraggiosa, in quanto si dice che i Veneziani stessi, già a conoscenza del fatto che il Frangipane fosse solito sfogare la sua sete di sangue sulla popolazione inerme, avessero lasciato che l’intero Friuli si sottomettesse alle truppe dell’invasore, mentre il Savorgnan optò per il rischio e restò in attesa dei rinforzi. Anzichè puntare subito sulla Destra Tagliamento, infatti, il Frangipane si ostinò nel tentare la presa del Forte, tanto che l’assedio durerà 44 giorni, fino a quando il grande condottiero veneziano Bartolomeo D’Alviano non leverà l’assedio, sconfiggendo gli Imperiali davanti le mura di Osoppo; ma è proprio durante quell’assedio che si consumò il calvario dei muzzanesi.

 

Ma perché proprio loro, e perché presso Osoppo anziché a Muzzana? In sostanza Frangipane, vedendo che non riusciva ad espugnare il Forte pur nonostante i suoi ripetuti assalti, decise di giocare spregiudicatamente la carta del terrorismo per intimidire gli osovani. L’occasione gli si presentò nell’ambito delle continue scorrerie che gli abitanti di Muzzana, convinti alleati dei Veneziani, compivano nei confronti dei convogli di

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Il condottiero Bartolomeo D’Alviano, eroe della “bellum forojuliensis”. Neanch’egli vide la fine del conflitto di Cambrai, in quanto morì di malattia il 7 ottobre 1515.

rifornimenti imperiali che tentavano di raggiungere Marano per mantenere l’occupazione. Accadeva infatti che gli Imperiali dovessero rifornire la fortezza solo via terra, dato che le acque erano sotto il controllo della flottiglia veneziana. Per questo erano costretti ad attraversare le lugubri paludi e la sinistra foresta muzzanese (di cui oggi rimangono solo i frammenti del Bosco Baredi con la Selva di Arvonchi e del Bosco Bando con la Coda di Manin, residui dell’antica Silva Lupanica, a sud di Muzzana), i cui angoli e sentieri erano, per contro, ben noti ai villici, che, comandati dal signore feudale locale Camillo di Giovanni Colloredo, avevano cominciato, tra il dicembre 1513 e il gennaio 1514, a intercettare e aggredire regolarmente le colonne imperiali che dalla zona di Gorizia dovevano giungere a Marano. Un cronista dell’epoca, il Di Manzano, descrive i muzzanesi come “gente avvezza in quei tempi alla rapina, molestavano i convogli delle vettovaglie dirette agli austriaci di Marano. Il Candido, un altro cronista, dice che “Mentre si combatea Osopio i contadini di Mutiano, uccisi i messi di Cesare, saccheggiarono quel formento, il quale mandarono quei di Marano al molino. Un giorno, infatti, in una di queste scaramucce con i muzzanesi, vennero uccisi due emissari imperiali sulla strada per Marano. Il Frangipane ordì quindi una rappresaglia brutale, e, con la scusa di voler essere a conoscenza del gesto nemico e con la garanzia di far avere un salvacondotto, fece arrivare a Marano una gran quantità di muzzanesi, che vennero poi catturati e trasportati al campo militare tra Osoppo e Gemona, quest’ultima già sotto il controllo imperiale; furono ben 140, ma non era finita! Questo primo gruppo giunse a Osoppo verso sera, senza aver ricevuto né cibo né acqua, ma, durante la notte, 39 del gruppo riuscirono a fuggire e a dirigersi verso Treviso. Poco dopo, il primo marzo, l’abitato di Muzzana venne improvvisamente saccheggiato da un numeroso contingente guidato dal Frangipane e dato alle fiamme, e nel contempo vennero catturati altri abitanti di ogni età, principalmente vecchi e bambini, in quanto erano coloro che non si erano potuti presentare a Marano in precedenza. Furono radunati e legati nella piazza principale: i ragazzini, sia maschi che femmine, verranno resi schiavi e portati oltralpe, mentre le donne saranno allontanate dal paese; i rimanenti, 53 persone, vennero anch’essi portati fino a Osoppo, facendo arrivare a 154 la cifra dei prigionieri in totale. Su quello che successe in seguito le fonti non riportano dati esattamente combacianti tra loro, ma tutti concordano sull’incredibile livello di efferatezza raggiunto. L’azione in particolare contro il villaggio di Muzzana deve aver sicuramente avuto anche il fine di presentare un evidente monito alle popolazioni delle altre ville circostanti, per ribadire chi fossero ormai i veri nuovi padroni. Il giorno successivo alla loro cattura, il 2

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Lo stemma allegorico del Comune di Muzzana del Turgnano. Evidente è il riferimento al martirio dei suoi villici.

marzo 1514, dopo che, legati e a piedi, giunsero sino al campo, cominciò il martirio dei muzzanesi catturati, atto sia a vendicare il torto subito sulla strada per Marano che soprattutto a intimorire gli osovani asserragliati nel forte. Come ci riferisce il Cergneu, “senza che processo alcuno formato fosse né dato alle escusationi ascolto, alla presenza, tra gli altri, dello stesso Cristoforo Frangipane e di Cristoforo Rauber, che si era espresso per la condanna a morte di quei prigionieri per impiccagione, fu iniziato un rito terrificante, svolto proprio sotto gli sguardi degli assediati, un rito che fu ideato dal Frangipane, che, al contrario del vescovo, non voleva ucciderli velocemente ma intendeva infliggere loro una vera e propria tortura, che avrebbe poi portato in molti casi alla morte. Prima di tutto furono tenuti fermi e legati dalle guardie presso la loggia comunale, poi contati e chiamati uno alla volta dal boia per subire le mutilazioni pensate da quel pazzo del Frangipane: a 56 di loro, i più anziani, vennero cavati entrambi gli occhi; 20, ritenuti troppo giovani, furono schiavizzati e inviati in Austria e Germania; a 4 di questi, i più giovani tra tutti, fu incisa con un ferro la croce di Sant’Andrea su entrambe le guance; ai rimanenti 74 venne cavato l’occhio destro e tagliato il pollice, l’indice e il medio della mano destra, in modo tale che non potessero più impugnare le armi. Come ulteriore atto macabro e inumano, gli occhi levati furono messi in un contenitore e mostrati dal boia, oltre che ai presenti, anche agli assediati, che dal forte avevano assistito a questa orrenda rappresaglia, quindi portati fino alla fortezza di Marano. I prigionieri, una volta subito il supplizio, furono fatti uscire dal campo e riportati indietro, ma molti morirono dissanguati durante il viaggio. Sui numeri del misfatto, tuttavia, ci sono più versioni: secondo il Sanudo furono “zerca 115” i torturati, “104 giovani e vecchi” per il Candido, il Cergneu abbassa la cifra e dice che “furono omini quaranta di anni vinti in su e giovani circa dodici, infine 101 per l’Amaseo. Ne “Il Paese” del 2 marzo 1907 è riportato proprio che “ai centouno prigionieri di Muzzana, il 2 marzo 1514 si aggiunsero altri 53. I Veneziani, informati dell’accaduto tramite un corriere inviato dal Savorgnan il giorno seguente le atrocità, incaricarono il già citato D’Alviano di giungere sui luoghi, e già il 30 marzo sconfisse gli Imperiali, levando l’assedio al Forte di Osoppo. Udine fu pure liberata già il giorno dopo. Una volta sotto la protezione dei Veneziani, i feriti più gravi furono condotti a Venezia per essere curati e assistiti. In quello stesso anno il Doge Leonardo Loredan offrì un vitalizio ai muzzanesi come forma di risarcimento, e questo compenso durò fino alla caduta della Serenissima a opera di Napoleone, nel 1797. Per dimostrare la veridicità degli orrori inflitti ai muzzanesi, venti prigionieri superstiti furono

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La zona di Muzzana e Marano in una carta topografica del 1804. Seppur già in regressione, il verde scuro dà un’idea dell’ampia e insidiosa area boscosa che divideva i due paesi.

portati dai Veneziani di fronte a Papa Leone X, affinché si rendesse conto della gravità del fatto, che gli Imperiali tra l’altro negavano. Il Papa tuttavia, per ragioni politiche, chiese ai Veneziani di liberare il Frangipane, che era stato nel frattempo catturato a San Gervasio, villaggio tra Muzzana e Carlino, il 5 giugno dello stesso anno dal Savorgnan e consegnato da questi personalmente al Consiglio dei Dieci, che lo condannò alla detenzione nella Torricella (la prigione per i detenuti importanti), all’interno del Palazzo Ducale di Venezia, dove vi rimase alla fine solo dal 9 giugno 1514 al 4 gennaio 1519.

 

Ma ecco la descrizione degli eventi direttamente dalla penna di alcuni cronisti: l’Amaseo ci dice che a coloro che avevano dai vent’anni in su “li occhi per mano del carnefice estrarre et alli giovani a quale un occhio estrarre fece a quale una mano tagliare et alli putti in lo viso con tagliente et adusto ferro una croce per guancia imporre fece, cosa miseranda e turpe da vedere, tanti poveri privati de si grande sentimento. Sempre l’Amaseo: “Per haver la villa de Mozana intercepte le victuarie che andavan a Maran fo afirmato esser sta in Gjemona per comandamento del conte Cristoforo excecati 56 Homini de tuti e do li occhi, zoè li più vechi, et li altri più zoveni excecati de un solo ochio et tagliati li tre diti per uno de man destra, zoè lo police et indice et lo medio, azò fosero inutili a l’arco et a la milizia, et li putti signando lo volto in croxe cum stigmate cum summa admiration de tuti”. Questa invece la versione del veneziano e contemporaneo Sanudo: “zerca 115 fece a quelli di anni 60 in suso cavar tuti do li occhi a da lì in zoso uno occhio e do deda de la man destra”; quindi il Di Manzano: “Perché fece egli (Cristoforo Frangipane) cavar gli occhi a più che 60 cittadini, a molti altri un solo, diversi segnò in faccia e ad alcuni fè tagliare le dita delle mani”. Secondo le dichiarazioni dello stesso Frangipane, ad assistere a questa macabra messa in scena vi erano “lui conte, el vescovo de Lubiana Cristoforo Rauber (sic!) e quatro conseieri cesarei, li quali voleano apicarli e lui volse più presto farli orbi li occhii e alcuni tajar li dedi et cussì fu fatto et tutti li occhi fo portati in un bazzil”. L’Amaseo registra come certa la presenza del vescovo Rauber: “Adi 2 marzo fece la strada in Udine lo reverendissimo vescovo della Casarca Majestà di tutta la Patria del Friuli et udì ditti fo cavati li occhi in Gemona per comandamento del conte Cristoforo Frangipane a circa 101 homeni de Muzzana et accecati loro putti segnando lo volto in croce cum stimmate”; secondo solo al Frangipane quanto a

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Manifesto commemorativo in occasione del 500esimo anniversario del tragico evento.

ferocia in quell’occasione, dato che appunto il conte dice pure che “Cristoforo Rauber, vescovo de Lubiana voleva appicare quegli infelici, rei della loro fede inconcessa verso la repubblica”. Alla fine della guerra, col Trattato di Noyon del 13 agosto 1516, la Serenissima dovette cedere solo pochi territori: per quanto riguarda quelli ex patriarcali si parla dell’Alto Isonzo, cioè della Gastaldia di Tolmino con Plezzo e Idria, che passò alla Contea di Gorizia, da allora dominio asburgico quasi ininterrottamente sino alla Grande Guerra. Il Friuli veneziano era salvo!

 

Collegamenti

  • In occasione del cinquecentenario di quei fatti, nonostante il mezzo millennio trascorso, non si poteva non riabilitare il ricordo di quel crudo ma importante frammento di storia friulana, e infatti, proprio in occasione della Festa della Patria del Friuli, è stato presentato l’11 aprile 2015, nella sala parrocchiale di Muzzana, il libro “Li Orbi de Mozana” dello storico Renzo Casasola, mentre l’anno precedente, il 15 marzo 2014, è stato commemorato l’anniversario vero e proprio nel paese di Muzzana, alla presenza anche dell’assessore alla cultura Gianni Torrenti.
  • Come costante testimonianza di quei fatti, vi è anche lo stemma stesso del Comune, che richiama a quell’episodio tramite l’allegoria di un elmo attraverso la cui visiera vi sono conficcate due frecce.
  • È notizia del Messaggero Veneto del 27 ottobre 2015 che i due cugini registi di film horror Maurizio e Roberto Del Piccolo, originari proprio di Muzzana, stiano lavorando al progetto di un documentario proprio su quegli eventi, in collaborazione col Comune, avendo incassato anche l’interesse sulla sceneggiatura da parte della Film Commission Friuli Venezia Giulia. Si tratta della loro terza opera di regia e produzione, e, come le precedenti, verrà girata in inglese per permetterne l’internazionalizzazione. Lo stile ricercato, collocandosi tra la semplice narrazione degli eventi e il film storico, richiede una particolare minuzia nella riproduzione degli ambienti e dei fatti, nonché l’ausilio di personale specifico, tra cui storici appunto. Insomma un’iniziativa che lascia ben sperare.
  • Naturalmente, essendo la nostra una terra di tradizione mista alla gastronomia, non poteva mancare un locale che richiamasse ai fatti di quel marzo di mezzo millennio fa: l’Osteria agli Orbi, situata in Via Roma 27/A, a due passi dalla Chiesa di San Vitale, nella parte est del paese della Bassa Friulana.

 

Fonti principali

 

NB: tutte le immagini sono prese dal web

 Enrico Rossi

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